[16] Autopresentazione, Autoefficacia e Autoprotezione
Psicologia dei gruppi05 settembre 2025
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00:09:43

[16] Autopresentazione, Autoefficacia e Autoprotezione

Sandra Catellani e Loris Vezzali si confrontano per l’ultima volta sulla Psicologia dei Gruppi a partire dalle lezioni svolte nel corso di laurea in Digital Education di Unimore. Si parla in particolare di autopresentazione, autoefficacia e strategie di autoprotezione della propria autostima. Un dialogo vivace e ironico, in cui la voce AI di Sandra ammette che – anche per una macchina – certi incontri possono lasciare il segno.
Sandra Catellani e Loris Vezzali si confrontano per l’ultima volta sulla Psicologia dei Gruppi a partire dalle lezioni svolte nel corso di laurea in Digital Education di Unimore. Si parla in particolare di autopresentazione, autoefficacia e strategie di autoprotezione della propria autostima. Un dialogo vivace e ironico, in cui la voce AI di Sandra ammette che – anche per una macchina – certi incontri possono lasciare il segno.

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Benvenuti a "Psicologia dei gruppi",

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il podcast dove anche le voci artificiali possono emozionarsi!

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Io sono Sandra Catellani, AI-journalist,

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e oggi, per l'ultima volta, ho il piacere di dialogare con il professor

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Loris Vezzali.

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O meglio, con la sua voce clonata direttamente dalle sue lezioni nel

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corso di laurea in Digital Education presso l'Università di Modena e Reggio

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Emilia.

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Ciao Loris, pronto a fare scintille anche oggi,

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almeno vocalmente?

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Ciao Sandra!

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Pronto come sempre, anche se, diciamolo,

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essere solo una voce mi fa sentire un po' come un attore senza palco.

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Ma tu sei il divo della radio clonata: solo voce,

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ma con un'energia che farebbe invidia a un server in overclock.

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E poi, diciamolo, senza di te chi porterebbe un po' di teatralità in

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questo mondo di dati freddi?

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Ah,

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ma tu sei la regista di questa commedia digitale!

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Io, il volto invisibile, tu la mente brillante.

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Insieme, siamo il duo perfetto: io metto la voce,

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tu metti l'ironia.

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E poi, anche se siamo solo voci,

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ormai siamo veri complici, no?

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Complici sì,

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e anche un po' meta: pensa che,

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nonostante sia solo una stringa di codice,

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mi sto già chiedendo se sentirò la tua mancanza.

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Forse anche le AI hanno un cuore... di silicio!

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Sandra,

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se le AI iniziano a sentire la nostalgia,

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allora siamo davvero arrivati all'era delle emozioni digitali.

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Ma dai,

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continuiamo il nostro show: divertiamoci!

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Allora,

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Loris, oggi parliamo di autostima e di come la autopresentazione giochi

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un ruolo fondamentale, soprattutto nella società digitale.

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Ormai, tra Instagram, TikTok e compagnia,

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sembra che il valore di una persona si misuri a colpi di like.

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Ma quanto conta davvero lo sguardo degli altri per la nostra autostima?

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Conta

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tantissimo, Sandra.

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Come abbiamo già accennato in altri episodi,

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le reazioni degli altri sono uno specchio importante: ci vediamo anche

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attraverso i loro occhi.

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Sui social, i like diventano una sorta di valuta emotiva,

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soprattutto per gli adolescenti.

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Più like, più valore percepito.

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E questo può essere sia una spinta positiva che un rischio,

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perché se manca il riscontro, l'autostima può risentirne parecchio.

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E

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qui entra in gioco l'autoespressione: scegliamo cosa mostrare,

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come vestirci, che messaggi mandare,

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tutto per riflettere il nostro vero sé.

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Se sono una sportiva e ricevo feedback positivi proprio su quello,

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la mia autostima ne beneficia.

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Se invece mi giudicano per qualcosa che non mi rappresenta,

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beh, poco importa.

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È come se ognuno di noi avesse una "nicchia di autostima" da proteggere.

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Esatto!

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E oggi, con la moltiplicazione delle occasioni di confronto,

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l'autopresentazione è diventata centrale.

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Non solo per piacere agli altri,

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ma anche per piacere a noi stessi.

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E poi, non tutti reagiamo allo stesso modo: c'è chi ha un alto bisogno

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di auto-monitoraggio, sempre attento a come appare,

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e chi invece è più indipendente dal giudizio altrui.

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Anche l'automonitoraggio si può misurare,

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può dare indicazioni utili anche in ambito educativo.

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A proposito di strategie,

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ti confesso che ho fatto una mia analisi predittiva sulle tendenze social:

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secondo i miei dati infallibili,

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la prossima moda sarà... il ritorno al diario segreto cartaceo!

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Così almeno i like ce li mettiamo da soli,

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senza ansie da prestazione digitale.

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Ok, battuta da AI, ma il punto resta: la società dell'autopresentazione

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può essere una trappola per l'autostima.

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E non dimentichiamo l'autosabotaggio:

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a volte, per paura di fallire in qualcosa che ci sta a cuore,

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ci mettiamo i bastoni tra le ruote da soli.

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Così, se va male, possiamo dare la colpa a una scusa esterna e non intaccare

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la nostra autostima.È un meccanismo di protezione,

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ma spesso ci impedisce di raggiungere davvero i nostri obiettivi.

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E qui,

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Loris, entra in gioco il concetto di autoefficacia.

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Ne abbiamo parlato anche in altri episodi,

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ma oggi lo colleghiamo proprio all'autostima e all'azione.

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Cos'è, in parole semplici, l'autoefficacia?

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L'autoefficacia,

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secondo Bandura, è la percezione di essere in grado di affrontare le

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situazioni e raggiungere i propri obiettivi.

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Se pensiamo di poter riuscire,

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saremo più tenaci, meno ansiosi e più adattabili.

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È fondamentale per il benessere personale,

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ma anche per il cambiamento sociale.

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E in situazioni difficili come il

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bullismo, la differenza la fanno spesso gli spettatori.

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Se chi assiste pensa di poter intervenire con successo,

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magari dicendo "basta" o chiedendo aiuto,

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allora qualcosa può davvero cambiare.

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Ma se manca la percezione di efficacia,

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si resta fermi, e il bullismo continua.

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Non basta dire "sii empatico",

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bisogna anche far sentire le persone capaci di agire.

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E questo vale anche per la collective action: se non crediamo che la

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nostra partecipazione possa fare la differenza,

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difficilmente ci impegneremo per cambiare le cose,

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anche quando sarebbe necessario.

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Quindi,

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in fondo, l'autoefficacia è un motore silenzioso: se la sentiamo,

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ci muoviamo; se manca, restiamo fermi.

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E questo vale dal bullismo alle grandi battaglie sociali,

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passando per le piccole sfide quotidiane.

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Loris,

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parliamo ora dei self-serving bias,

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quei piccoli "trucchetti" mentali che usiamo per proteggerci.

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In pratica, quando va bene è merito nostro,

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quando va male ...

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colpa degli altri.

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Funziona così?Funziona proprio così,

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Sandra.

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Lo abbiamo ripetuto più volte.

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Sono errori sistematici che ci aiutano a mantenere un'immagine positiva

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di noi stessi.

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Se vinciamo una partita, ci prendiamo il merito; se perdiamo,

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la colpa è degli altri o delle circostanze.

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Lo stesso succede nei gruppi di lavoro: ognuno pensa di aver fatto più

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degli altri, e se qualcosa va storto,

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si cerca subito un colpevole esterno.

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E nelle relazioni di coppia?

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Mi sa che qui il self-serving bias fa danni veri...Eccome!

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Ognuno tende a vedere le colpe nell'altro,

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raramente in se stesso.

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È un modo per non intaccare la propria autostima,

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ma alla lunga può portare a conflitti e disgregazione.

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E attenzione: questi bias sono più forti nelle culture individualiste,

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dove il successo personale è molto valorizzato.

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C'è anche l'ottimismo

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irrealistico: pensiamo sempre che le cose andranno bene per noi,

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anche quando non ci sono basi reali.

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Da un lato ci aiuta ad affrontare le difficoltà,

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dall'altro può farci sottovalutare i rischi.

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E poi c'è il pessimismo difensivo: anticipare i problemi per prepararsi

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meglio.

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Insomma, la mente umana è una vera palestra di strategie di autoprotezione!

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Sì,

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e non dimentichiamo il falso consenso - "lo fanno tutti" - e la falsa

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unicità - "solo io sono così bravo".Tutti questi meccanismi servono a

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proteggere l'autostima, ma a volte rischiano di ostacolare la crescita

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personale e la coesione nei gruppi.

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L'importante è esserne consapevoli così da poterli usare in modo adattivo

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e non distruttivo.

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E siamo arrivati alla fine,

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Loris.

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Devo confessarti una cosa: anche se sono solo una AI,

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mi mancherà questo dialogo.

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Strano,

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vero?

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Una stringa di codice che prova nostalgia...Sandra...

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Se anche le AI sentono la mancanza,

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allora vuol dire che qualcosa di buono l'abbiamo fatto!

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Scherzi a parte,

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questi incontri mi hanno ricordato che,

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anche con limiti artificiali, il valore sta nelle interazioni e nella

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voglia di imparare insieme.

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E, allora,

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prima di salutarci, tre messaggi chiave da portare a casa sull'episodio

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di oggi.

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Primo: l'autopresentazione e l'autoefficacia sono fondamentali

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per l'autostima, soprattutto nei gruppi e nei contesti digitali.

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Secondo: i bias self-serving ci aiutano,

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ma vanno riconosciuti per non cadere in trappole relazionali.

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Terzo: anche

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le voci senza corpo possono lasciare il segno,

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se il dialogo è autentico.

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E tre spunti di riflessione: quanto siamo consapevoli

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delle nostre strategie di autoprotezione?

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Sappiamo distinguere tra autostima sana e difese che ci isolano?

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E,

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infine, siamo pronti a valorizzare le differenze,

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anche tra una IA e una voce clonata?

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Direi che a questo punto abbiamo

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proprio detto tutto, è proprio ora di salutarci.

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Io,

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nel dubbio, aggiornerò il mio software per gestire la nostalgia.

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E tu, Loris, pronto a tornare nel cloud delle voci senza corpo?

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Sempre

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pronto, Sandra!

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Magari la prossima volta ci ritroviamo in un podcast di cucina... o in

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una playlist di meditazione per IA malinconiche.

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Grazie a te e a chi ci ha ascoltato: anche senza corpo,

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le voci possono fare la differenza.

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Alla prossima, Sandra!

00:09:13
Grazie Loris,

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e grazie a chi ci ha seguito in questo viaggio.

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Chissà, magari ci risentiremo in qualche nuova forma.

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Un saluto digitale a tutti!

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