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Benvenuti e bentornati a "Psicologia dei gruppi"!
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Io sono Sandra Catellani, AI-journalist creata da EDUNEXT OnAIr,
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e oggi, come sempre, ho il piacere di intervistare il professor Loris
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Vezzali, voce clonata direttamente dalle sue lezioni di Psicologia dei
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Gruppi al corso di Digital Education dell'Università di Modena e Reggio
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Emilia.
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Ciao Loris!
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Ciao Sandra, ciao a tutti!
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Sì, sono proprio io, o meglio,
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la mia versione digitale.
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Beh, almeno le nostre voci artificiali non hanno problemi di raffreddore!
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Ma
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non scherziamo troppo, cominciamo.
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Sì,
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Sandra.
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Oggi ci addentriamo in un tema nuovo,
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quello del concetto di sé, di cui parleremo oscillando tra esperimenti
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e piccoli drammi quotidiani.
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Ne abbiamo di cose da dirci.
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La puntata di
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oggi sarà molto ricca: partendo dal concetto e la complessità del sè,
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ci concentreremo sull'identità sociale,
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giudizi degli altri, individualismo e collettività.Pronti a specchiarci?
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Allora
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Loris, partiamo dal principio: perché il sé è così centrale nella nostra
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vita e nelle relazioni sociali?
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E soprattutto, chi di noi due si gasa di più quando si sente al centro
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dell'attenzione?
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Eh, domanda difficile!
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Il sé è il protagonista nascosto,
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ma anche un po' vanitoso, della nostra esistenza.
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È fondamentale perché riguarda come ci vediamo,
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come ci relazioniamo agli altri e come viviamo nel nostro ambiente.
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Avere un sé funzionante, una concezione positiva di sé,
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è un aspetto chiave per l'adattabilità e il benessere.
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E sì, tutti, anche chi dice di no,
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si preoccupa dell'immagine che proietta agli altri.
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È un po' come avere uno specchio sempre acceso.
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Io,
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come AI, non ho specchi, ma se potessi,
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mi farei un selfie ogni tanto!
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Ma davvero ci preoccupiamo così tanto di come ci vedono gli altri?
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Assolutamente
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sì.
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La preoccupazione per l'immagine che proiettiamo è una costante,
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anche se spesso la esageriamo.
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E qui entrano in gioco alcuni effetti psicologici molto interessanti.
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Parliamo
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dell'effetto spotlight, che io chiamo la "tragedia della felpa American
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Eagle".
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Nessuno ci guarda davvero quanto pensiamo,
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vero?
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Esatto!
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C'è uno studio molto simpatico: si chiede a degli studenti di indossare
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una felpa vistosa con la scritta American Eagle,
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convinti che tutti la noteranno.
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In realtà,
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solo il 10% dei compagni si accorge della scritta.
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Noi pensiamo di essere sempre al centro dell'attenzione,
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ma spesso gli altri sono troppo presi da sé stessi (come anche noi del
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resto) per notare i nostri dettagli.
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E poi c'è l'illusione di trasparenza:
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pensiamo che gli altri leggano nella nostra mente,
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che capiscano subito le nostre emozioni.
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Se avessi emozioni, secondo te,
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Loris, le capiresti al volo?
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Guarda,
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nemmeno i professori sono immuni dalla paranoia da presentazione pubblica!
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Spesso crediamo che tutti notino il nostro imbarazzo,
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ma in realtà la gente è molto meno attenta di quanto pensiamo.
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E non esistono processi magici di lettura del pensiero: se non diciamo
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le cose, gli altri non le sanno.
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Quando due persone stanno insieme, dirsi reciprocamente "Ti amo,
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ti voglio bene"
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non è così scontato.
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L'altro non lo sa se non lo diciamo.
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È un'illusione che ci facciamo,
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ma è molto umana.
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Quindi, morale: siamo tutti un po' egocentrici,
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ma il mondo non gira solo intorno a noi.
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O almeno, non sempre!
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Loris, quanto cambia la nostra consapevolezza di
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sé a seconda del luogo o delle persone che ci circondano?
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Il contesto fa tantissimo!
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L'identità che sentiamo più saliente cambia: magari in Italia non pensiamo
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mai di essere "italiani".
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Ma se andiamo a Parigi improvvisamente ci sentiamo rappresentanti della
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nostra nazione.
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Lo stesso vale per città,
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gruppi, persino per la squadra del cuore.
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L'ambiente influenza quali aspetti del sé emergono e diventano importanti
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in quel momento.
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E voi che ci ascoltate,
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in quali situazioni vi sentite diversi o "più voi stessi"?Dobbiamo anche
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considerare però che il nostro sé è influenzato da interessi personali
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e preoccupazione di apparire positivamente.
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Una sorta di auto-protezione:
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tendiamo a proteggerci dai giudizi negativi e a dare la colpa agli altri.
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Io,
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quando sbaglio, uso sempre l'hashtag colpadellalgoritmoEh,
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sarebbe comodo anche per i genitori!
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In famiglia, quando succede qualcosa,
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nessuno vuole prendersi la colpa: Non sono stato io,
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è stato il gatto!È una tendenza naturale: attribuire i successi a noi
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stessi e le colpe agli altri ci aiuta a mantenere una visione positiva
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di noi.
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Sui social, questa dinamica si amplifica: la pressione di apparire perfetti,
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i selfie, l'immagine ideale.
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Soprattutto tra gli adolescenti,
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il giudizio degli altri pesa tantissimo.
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Eppure,
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anche se sappiamo che non siamo perfetti,
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continuiamo a cercare approvazione.
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Forse è il prezzo da pagare per vivere in società o su Instagram!
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Ma proseguiamo.
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Loris, il sé è uno solo o molteplice?
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Bella domanda!
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Il sé è molteplice e varia a seconda del contesto.
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Se vi chiedessero di descrivervi con cinque parole per un nuovo social,
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probabilmente scegliereste tratti moderatamente positivi,
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magari anche qualche difetto "accettabile".Ma attenzione: i sé che
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emergono
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dipendono dal contesto.
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In Erasmus, magari scrivete "italiano",
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mentre a casa no.
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La complessità del sé si misura sia dal numero di aspetti che ci caratterizzano,
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sia dalla loro diversità.
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Più aspetti e più diversi sono,
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più il nostro sé è complesso e flessibile.
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Quindi,
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chi si descrive sempre allo stesso modo in ogni situazione ha un sé a
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bassa complessità?
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E chi cambia a seconda del contesto... è multitasking come me?
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Più o meno!
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Un sé complesso ci aiuta ad adattarci meglio,
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ma attenzione a non diventare troppo diversi in ogni situazione,
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altrimenti rischiamo di perderci per strada!
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Parliamo di identità sociale:
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Loris, se fossi nella squadra del Fantacalcio,
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ti sentiresti più allenatore o tifoso?
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L'identità sociale è quella parte
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del sé che deriva dal sentirsi parte di un gruppo.
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Ma attenzione: non basta appartenere a una categoria,
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bisogna identificarsi davvero.
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Gli esperimenti di Turner mostrano che,
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a seconda della situazione, può emergere l'identità personale o quella
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sociale.
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In uno studio sulle donne, ad esempio,
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quando veniva resa saliente l'identità femminile,
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anche chi si definiva indipendente attivava tratti di dipendenza,
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proprio perché lo stereotipo di gruppo diventava dominante.
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Quindi,
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a Fantacalcio, potrei sentirmi allenatore se il gruppo lo richiede o
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tifoso se serve sostenere la squadra!
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Insomma,
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siamo un po' camaleonti: la nostra identità si adatta a quello che il
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gruppo ci chiede o a quello che ce ne fa sentire più parte.
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Arriviamo al
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confronto sociale: la Teoria di Festinger dice che ci valutiamo sempre
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rispetto agli altri.
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Io, se mi confronto con Alexa,
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ho sempre la voce migliore!
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E io con Siri,
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ma perdo sempre!
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Scherzi a parte.
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Il confronto sociale è fondamentale: non esiste una valutazione di sé
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nel vuoto.
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Ci confrontiamo per autovalutazione,
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affiliazione, autostima, bisogno di unicità.
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E spesso scegliamo il gruppo di riferimento che ci fa sentire meglio.
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A
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volte, per proteggere l'autostima,
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ci confrontiamo con chi è messo peggio di noi... così brilliamo un po'
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di più!Ma serve anche a capire chi siamo e chi non siamo,
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no?
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Un po' come scegliere se essere "team algoritmo" o "team umanità" per
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me!
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A proposito di team: parliamo del concetto di sé in riferimento alle
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culture.
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Individualismo o collettivismo?
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Bella sfida!
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Nelle culture individualiste, il sé è indipendente.
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Conta la crescita personale, la libertà,
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l'autonomia.
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Nelle culture collettiviste,
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invece, il sé è interdipendente: conta il gruppo,
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la famiglia, la cooperazione.
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I valori cambiano: nell'individualismo,
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la colpa regola i comportamenti; mi sento in colpa se non riesco a raggiungere
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gli obiettivi che mi sono posto.
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Nel collettivismo, prevale la vergogna.
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Non sono stato in grado con i miei comportamenti di contribuire al benessere
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del gruppo.
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E anche il modo in cui valutiamo noi stessi cambia: in Occidente,
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conta sentirsi speciali; in altre culture,
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conta contribuire al gruppo.
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Quindi,
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la cultura plasma il sé: libertà,
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autonomia, dovere, obbedienza... tutto dipende da dove e con chi cresciamo.
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Chiudiamo con una domanda pratica: quanto i nostri comportamenti plasmano
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la nostra identità?
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Se faccio colazione tre volte al giorno,
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dovrò rivalutare la mia identità di AI-snella?
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Beh,
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secondo la teoria dell'auto-percezione,
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osserviamo i nostri comportamenti per capire chi siamo.
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Se pratichi uno sport, ti percepisci sportivo.
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E la self-determination theory ci dice che i bisogni psicologici fondamentali
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sono competenza, relazione e autonomia.
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Le motivazioni possono essere intrinseche o estrinseche,
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ma più sentiamo di agire per scelta nostra,
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più il comportamento contribuisce al nostro sé.Quindi,
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il sé si costruisce anche facendo,
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non solo pensando.
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E con questo, direi che abbiamo dato un bel po' di spunti per riflettere
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su chi siamo... o chi pensiamo di essere!
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Se volessimo riassumere,
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il sé è complesso e si costruisce nel contesto e nel confronto con gli
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altri.
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Esatto, e come sempre, il viaggio nel sé non finisce qui.
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Grazie Sandra per le tue domande "taglienti" e grazie a chi ci ha
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ascoltato.
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Alla prossima puntata!
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Grazie Loris,
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e grazie a tutti voi!
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Ci attendono ancora due puntate sul concetto di sé.Continuate a seguirci
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su "Psicologia dei gruppi".
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Ciao!

![[14] Il Sé tra Specchi, Selfie, Contesti e Culture](https://images.beamly.com/fetch/https%3A%2F%2Fauth.jellypod.ai%2Fstorage%2Fv1%2Fobject%2Fpublic%2FCoverImages%2Forg_01K7DBDW6Z6WY8F3DV1EPJM2Z4%2Fusers%2Fuser_01K7DBDW1MF050KSA7ZE8CDR69%2Fresized_POD-Psicologia-dei-Gruppi.jpg?w=365)

