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Bentrovati a un nuovo episodio di Psicologia dei Gruppi!
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Io sono Sandra Catellani, AI-journalist,
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e vi accompagno in questo viaggio tra le dinamiche sociali,
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le teorie e le curiosità che animano il nostro modo di stare insieme.
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Come sempre, con me c'è il professor Loris Vezzali,
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voce ufficiale del corso di Psicologia dei Gruppi per il Corso di Laurea
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in Digital Education dell'Università di Modena e Reggio Emilia.
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Ciao Loris!
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Ciao Sandra, ciao a tutti!
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Vi ricordo che la mia voce è stata clonata dai video che il reale professor
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Loris Vezzali ha prodotto per i suoi insegnamenti online.
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Chissà se la
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versione AI della mia voce è più simpatica di quella reale!
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Guarda,
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Loris, se la tua voce AI riuscisse a migliorare il PIL nazionale come
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la vittoria ai Mondiali del 2006,
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saremmo già in vacanza!
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Il buon umore può davvero fare la differenza,
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oggi ne parleremo.
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Allora, Loris, partiamo dagli stati d'animo.
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Quanto contano davvero quando dobbiamo valutare una situazione o una
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persona?
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Io, per esempio, dopo una giornata no in redazione,
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sono capace di vedere tutto nero,
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anche il caffè che di solito adoro!
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Eh, direi proprio di sì!
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Gli stati d'animo sono come occhiali colorati: se sei di cattivo umore,
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tendi a vedere tutto più difficile,
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magari anche a sovrastimare la probabilità di eventi negativi.
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Al contrario, quando sei felice,
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sei più fiducioso, ma anche un po' più superficiale nei giudizi.
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C'è uno studio curioso: se dai un piccolo regalo a qualcuno al centro
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commerciale, quella persona tenderà a valutare meglio persino la propria
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auto o il televisore di casa.
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Insomma, basta poco per cambiare la percezione!
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Quindi,
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se sono di buonumore, rischio di essere più simpatica o solo più distratta?
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Cioè, l'umore positivo ci rende più superficiali o semplicemente più
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aperti agli altri?
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Un po' entrambe le cose,
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in realtà.
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Le persone felici sono più influenzabili,
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magari si fidano di più degli altri,
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ma possono anche fare valutazioni troppo ottimistiche.
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L'umore ci spinge a giudicare in modo meno oggettivo,
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sia in positivo che in negativo.
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A proposito di umore collettivo,
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ti ricordi l'atmosfera dopo la vittoria dell'Italia ai Mondiali del 2006?
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Io ho visto gente sorridere anche al semaforo rosso!
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Ma davvero eventi così grandi possono influenzare il modo in cui percepiamo
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la realtà, anche a livello economico?
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Dopo la vittoria ai Mondiali,
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alcuni economisti stimavano addirittura un aumento del PIL,
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perché le persone, più euforiche,
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erano portate a spendere di più.Non so se poi i dati abbiano confermato
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queste previsioni, ma il principio resta...Quindi,
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se dopo ogni episodio riuscito di questo podcast ci sentiamo tutti più
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felici, dovremmo aspettarci un "bonus podcast" in busta paga?
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Scherzo ovviamente, Loris.
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Beh,
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sarebbe una bella rivoluzione.
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Ma,
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scherzi a parte, questi effetti dimostrano quanto sia importante
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considerare
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l'umore quando analizziamo i giudizi collettivi.
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Non sono solo numeri: dietro c'è sempre una componente emotiva che può
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spostare la percezione della realtà.Entriamo nel vivo delle
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attribuzioni.
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Quando vediamo qualcuno comportarsi in un certo modo,
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tendiamo a pensare che sia "fatto così" o che sia colpa delle circostanze?
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Prendiamo lo studente che studia tanto: è davvero diligente o lo fa solo
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perché i genitori lo obbligano?
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Ottima domanda!
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Qui parliamo di attribuzioni disposizionali,
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cioè interne, e situazionali, cioè esterne.
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Se pensiamo che lo studente sia motivato dall'interesse personale,
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facciamo un'attribuzione interna.
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Se invece crediamo che studi solo per pressione esterna,
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allora è un'attribuzione situazionale.
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E spesso la verità sta in mezzo,
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in una zona grigia dove entrano in gioco entrambe le componenti.
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E se
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passo notti insonni sui tutorial di tecnologia,
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Loris, secondo te è carattere o solo troppa caffeina?
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Io propendo per la seconda, ma forse mi sto solo giustificando.
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Guarda,
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Sandra, è più facile dare la colpa al carattere quando giudichiamo gli
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altri, mentre per noi stessi troviamo sempre una scusa legata alle circostanze.
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È il classico: io sono in ritardo perché c'era traffico,
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tu sei in ritardo perché sei disorganizzato.
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Loris,
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ci spieghi come cadiamo in questa trappola?
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Si parla di errore fondamentale di attribuzione.
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Certo.
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L'errore fondamentale
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di attribuzione è la tendenza a spiegare il comportamento degli altri
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con cause interne, anche quando ci sono spiegazioni esterne evidenti.
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Un esempio famoso è l'esperimento sui saggi pro o contro Fidel Castro:
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anche quando gli studenti sapevano che l'autore era stato costretto a
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scrivere il saggio, in un certo modo,
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continuavano ad attribuire le opinioni all'autore stesso.
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È una distorsione molto radicata.
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Ricordiamoci che per evitare questo
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errore dobbiamo sempre considerare il contesto.
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E non dimentichiamo la
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differenza attore-osservatore: per gli altri usiamo spiegazioni interne,
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per noi stessi esterne.
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Lo dicevamo già prima.
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Un classico esempio?
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Quando qualcuno ci taglia la strada in auto: "che maleducato!" Ma se
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lo facciamo noi, era solo perché avevamo fretta.
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A volte però le spiegazioni
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non sono così immediate.
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Quando non abbiamo uno "script" pronto,
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dobbiamo davvero impegnarci per capire le cause di un comportamento.
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Loris, quali sono le informazioni che usiamo per fare attribuzioni causali?
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Qui
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entra in gioco la fatica cognitiva.
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Le attribuzioni causali richiedono uno sforzo mentale,
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perché dobbiamo valutare almeno cinque fonti di informazione: cause associate
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(cioè collegamenti automatici),
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differenze culturali, cause accessibili (quello che ci viene in mente
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per primo).Salienza (ciò che spicca nel contesto) e covarianza (cioè se
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la causa si presenta sempre insieme all'evento).
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Ad esempio, se trovi il telecomando dopo ore di ricerca,
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attribuisci il miracolo alla memoria o forse solo al caso.
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E la posizione
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nella stanza?
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Se assisto a una discussione e ho davanti una persona,
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tendo a pensare che sia lei la causa principale del dibattito.
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Quindi anche il punto di vista fisico cambia la nostra percezione delle
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cause?
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Esatto!
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La salienza è potentissima: chi abbiamo davanti,
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o chi è più visibile, viene automaticamente visto come più "causale".
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E questo vale anche nei processi decisionali,
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come nelle giurie o nelle interviste.
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Non sempre ce ne rendiamo conto,
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ma il nostro cervello cerca scorciatoie ovunque possa.
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E qui si apre un
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mondo: pensa alle telecamere nei processi.
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Se inquadrano l'imputato,
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la giuria tende a vederlo come più responsabile,
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mentre se l'attenzione è sull'investigatore,
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cambia tutto.
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Ma anche la cultura gioca un ruolo,
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vero?
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Sì, nelle culture individualistiche,
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come quelle occidentali, l'errore fondamentale di attribuzione è più
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frequente: si tende a dare la colpa all'individuo.
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Invece, nelle culture collettivistiche,
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come quelle orientali, si considerano di più i fattori di gruppo o di
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contesto.
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Quindi, anche il modo in cui giudichiamo dipende dal nostro background
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culturale.
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Quindi, se in un podcast italiano qualcosa va storto,
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la colpa è sempre della regia?
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Mi sembra un'ottima strategia per evitare l'errore fondamentale di attribuzione.
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Assolutamente!
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E con questa perla di saggezza,
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direi che possiamo chiudere qui.
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Portiamo a casa tre idee: la prima è che gli stati d'animo possono influenzare
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le nostre opinioni; la seconda è che il nostro cervello ha un modo tutto
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suo di determinare le cause di eventi e comportamenti e la terza è che
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questo è l'ultimo episodio del nostro podcast dedicato alla percezione
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sociale.
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Dalla prossima volta cambiamo tema!
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Grazie a tutti per averci seguito.
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Sandra,
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è stato un piacere come sempre!
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Grazie a te,
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Loris, e grazie a chi ci ascolta.
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Alla prossima puntata di Psicologia dei Gruppi: nuove domande,
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nuovi sorrisi e, speriamo, qualche giudizio in meno "di pancia".
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Ciao a tutti!

![[13] Stati d'animo, Attribuzioni e Bias](https://images.beamly.com/fetch/https%3A%2F%2Fsites.podcastpage.io%2F68614cdc6860e6419c318380%2Fmedia%2Fd89f2fab207bd59b44b9.png?w=365)

