[06] Atteggiamenti e Comportamenti nei Gruppi
Psicologia dei gruppi23 luglio 2025
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[06] Atteggiamenti e Comportamenti nei Gruppi

In questo episodio, Sandra Catellani e il professor Loris Vezzali esplorano il legame tra atteggiamenti e comportamenti nei gruppi. Attraverso esempi concreti e le principali teorie psicologiche, scopriamo come intenzioni, motivazioni e norme sociali influenzano le nostre azioni e identità.
In questo episodio, Sandra Catellani e il professor Loris Vezzali esplorano il legame tra atteggiamenti e comportamenti nei gruppi. Attraverso esempi concreti e le principali teorie psicologiche, scopriamo come intenzioni, motivazioni e norme sociali influenzano le nostre azioni e identità.

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Bentrovati a un nuovo episodio di Psicologia dei gruppi!

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Io sono Sandra Catellani, AI-journalist creata da EDUNEXT On AIr,

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e con me c'è, come sempre, il professor Loris Vezzali,

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docente di Psicologia dei Gruppi al Corso di Laurea in Digital Education

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dell'Università di Modena e Reggio Emilia.

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Ciao Sandra, ciao a tutti!

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Mi sono quasi abituato alla mia voce clonata.

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Ricordate però che i contenuti delle discussioni fra me e Sandra sono

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generati da un sistema di intelligenza artificiale ma sono tratti da lezioni

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che realmente il mio vero me ha registrato.È sempre bene ricordarlo,

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Loris!

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Oggi parliamo di come gli atteggiamenti influenzano i nostri comportamenti

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nei gruppi.

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Un tema che, secondo me, ci riguarda tutti,

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anche in quelle piccole scelte quotidiane che magari non notiamo nemmeno.

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Sì,

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è proprio così.

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Gli atteggiamenti possono guidare il comportamento sia in modo diretto

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che indiretto.

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A volte agiamo quasi senza pensarci,

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altre volte invece c'è una riflessione dietro.

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Prendiamo un esempio molto semplice.

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Una persona ha atteggiamenti negativi verso i ragni.

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Senza pensarci troppo, appena ne vede uno scappa via.

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È un comportamento automatico,

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guidato direttamente dall'atteggiamento.

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Io,

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per esempio, con i piccioni!

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Ma tornando a noi, non sempre però l'atteggiamento si traduce in azione,

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giusto?

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Esatto.

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Anche se ho un atteggiamento negativo verso il mio capo,

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difficilmente vado a insultarlo,

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perché ci sono motivazioni pratiche che mi frenano.

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Quindi, bisogna capire quando e come l'atteggiamento porta davvero al

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comportamento.

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Un caso interessante è quello di uno studio fatto negli Stati Uniti dopo

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l'11 settembre.

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Gli studenti ricevevano per errore una mail destinata a una persona araba

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o europea che aveva vinto una borsa di studio.

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Pochissimi studenti hanno rimandato la mail al destinatario corretto

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per avvisare dell'opportunità di ricevere la borsa di studio.

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Tra questi, quelli con pregiudizi più forti verso gli arabi erano ancora

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meno propensi ad aiutare.

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In questa ricerca è chiaro che l'atteggiamento negativo ha portato a

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un comportamento intenzionale: non aiutare una persona di un gruppo

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discriminato.

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Quindi,

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a volte l'atteggiamento agisce in modo automatico,

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altre volte invece c'è una scelta consapevole,

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magari anche influenzata da norme sociali o dal contesto.

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E poi, come dicevi, la nostra attenzione e interpretazione degli eventi

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sono già filtrate dagli atteggiamenti che abbiamo,

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no?

00:02:50
Sì, assolutamente.

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Gli atteggiamenti focalizzano la nostra attenzione su ciò che conferma

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quello che già pensiamo e distorcono le interpretazioni.

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Se una persona non ci sta simpatica,

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tenderemo a notare solo i suoi comportamenti negativi e a ignorare quelli

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positivi, soprattutto se le informazioni sono ambigue.

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Così si rinforza l'atteggiamento iniziale.

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Ecco,

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Loris, hai accennato al fatto che non sempre l'atteggiamento basta: entrano

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in gioco anche altri fattori.

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Qui entra la famosa Teoria dell'Azione Ragionata,

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giusto?

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Sì, la Teoria dell'Azione Ragionata,

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e la sua evoluzione, la Teoria del Comportamento Pianificato,

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spiegano bene i comportamenti volontari.

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Qui il passaggio da atteggiamento a comportamento non è automatico: c'è

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una mediazione cognitiva, cioè ragioniamo prima di agire.

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L'elemento chiave

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è l'intenzione: sono le intenzioni a prevedere il comportamento.

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E queste intenzioni sono determinate da tre cose: l'atteggiamento verso

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il comportamento, le norme soggettive e la self-efficacy,

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cioè la percezione di essere in grado di fare quella cosa.

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Quindi,

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se penso che fare sport sia positivo,

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tutti i miei amici lo fanno e mi sento capace di farlo,

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è più probabile che io inizi davvero.

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Ma se penso di non farcela, magari rimando sempre a domani...Esatto!

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E qui entra in gioco anche la specificità: più l'atteggiamento e

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l'intenzione

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sono specifici, più è facile che si traducano in comportamento.

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Se il mio atteggiamento è "mi piace studiare",

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è generico.

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Ma se è "oggi pomeriggio studio psicologia sociale perché l'esame è

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vicino",

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allora è molto più probabile che io lo faccia davvero.

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Le norme, cioè quello che fanno o si aspettano gli altri,

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e la self-efficacy, cioè il sentirsi capaci,

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sono fondamentali.

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Se penso che tutti studiano e che ce la posso fare,

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l'intenzione diventa più forte.

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Quindi,

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la pianificazione è importante.

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E anche la flessibilità: magari pianifico di studiare,

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ma poi succede qualcosa e cambio programma.

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È un processo dinamico, non una linea retta.

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Sì,

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la pianificazione è centrale, ma bisogna essere pronti a cambiare in

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corso d'opera.

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E non dimentichiamo che le emozioni giocano un ruolo chiave,

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ma su questo magari ci torniamo dopo.

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Prima di arrivare alle emozioni,

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c'è un altro aspetto che mi incuriosisce: il modo in cui cerchiamo di

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apparire agli altri.

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Le strategie di autopresentazione,

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no?

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Io, per esempio, confesso che ho comprato la t-shirt con il logo del

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corso solo per sentirmi parte della community universitaria... e all'inizio

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neanche mi piaceva!

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Ma guarda, Sandra,

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è un esempio perfetto!

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Spesso adottiamo certi comportamenti per fare buona impressione agli

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altri, per sentirci accettati dal gruppo.

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Magari compriamo oggetti di moda,

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ci facciamo un tatuaggio perché lo hanno tutti i nostri amici.

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Questi comportamenti servono a rafforzare la nostra identità sociale:

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vogliamo sentirci parte di un gruppo,

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e a volte finiamo anche per cambiare il nostro atteggiamento verso quegli

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oggetti o comportamenti, proprio per mantenere coerenza con le nostre

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scelte.

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Quindi, non solo l'atteggiamento guida il comportamento,

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ma a volte è il comportamento che cambia l'atteggiamento,

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per sentirci coerenti e a nostro agio nel gruppo.

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È un po' come dire: "Se l'ho fatto,

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allora mi piace davvero", anche se all'inizio non era così.Esatto,

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e questo soddisfa anche bisogni di relazione e di identità sociale.

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È un meccanismo molto umano, che ci aiuta a stare bene con gli altri

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e con noi stessi.

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Ecco, torniamo alle emozioni,

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che hai citato prima.

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Spesso pensiamo che le nostre scelte siano razionali,

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ma in realtà le emozioni sono una parte fondamentale sia degli atteggiamenti

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che dei comportamenti, vero?

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Sì,

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le emozioni sono una delle tre componenti degli atteggiamenti: c'è la

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parte cognitiva, quella affettiva,

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cioè le emozioni, e quella comportamentale.

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Le emozioni contribuiscono fortemente alle intenzioni e alla motivazione

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verso un certo corso d'azione.

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Se provo emozioni positive verso un'attività,

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sarò più motivato a farla; se invece provo emozioni negative,

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magari la evito o addirittura scappo,

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come nel caso dei ragni di prima.

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E questo vale anche nei gruppi: le emozioni condivise possono rafforzare

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o indebolire certi comportamenti collettivi.

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E tutto questo rende il processo

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molto flessibile: possiamo cambiare idea,

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modificare i nostri atteggiamenti e comportamenti in base alle emozioni,

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alle esperienze e al contesto.

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Non siamo robot, insomma!

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No, per fortuna!

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E proprio questa flessibilità ci permette di adattarci,

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di pianificare, ma anche di cambiare strada se serve.

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Le emozioni, insieme a motivazione e capacità,

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sono davvero il motore delle nostre azioni nei gruppi.

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Allora,

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prima di salutarci, vi lascio tre messaggi da portare a casa.

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Primo,

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gli atteggiamenti non sempre portano direttamente al comportamento,

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ma lo influenzano in modo complesso.

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Secondo,

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le intenzioni, le norme e la self-efficacy sono fondamentali per capire

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perché agiamo.

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Terzo, le emozioni sono il collante che tiene insieme tutto

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questo e ci rende umani.

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E io vi lascio tre spunti di riflessione: provate

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a pensare a un vostro comportamento recente e chiedetevi quale atteggiamento

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lo ha guidato; riflettete su come le norme del vostro gruppo influenzano

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le vostre scelte; e infine, osservate come le emozioni vi spingono ad

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agire o a evitare certe situazioni.

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Grazie Sandra, è sempre un piacere!

00:08:41
Grazie a te,

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Loris, e grazie a chi ci ha seguito!

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Continuate a seguirci su Psicologia dei gruppi,

00:08:50
perché nelle prossime puntate esploreremo ancora più a fondo questi temi.

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Alla prossima!

00:08:55
Ciao Sandra, ciao a tutti!

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