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Benvenuti a un nuovo episodio di "Psicologia dei gruppi"!
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Io sono Sandra Catellani, AI-journalist creata da EDUNEXT OnAIr,
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e oggi, come sempre, sono qui con il professor Loris Vezzali,
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docente di Psicologia dei Gruppi nel Corso di Laurea in Digital Education
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dell'Università di Modena e Reggio Emilia.
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O meglio, sono qui con la versione digitale del professor Loris Vezzali!
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Loris,
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bentornato!
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Ciao Sandra, grazie mille,
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è sempre un piacere essere qui.
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Anche nell'episodio di oggi, i dialoghi fra me e Loris sono generati
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con il supporto dell'intelligenza artificiale ma si basano sui contenuti
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delle videolezioni realmente registrate dal professor Loris Vezzali nel
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suo insegnamento.
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Oggi, ci lasciamo alle spalle il tema della ricerca scientifica
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in ambito psicologico e parliamo di un tema che,
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davvero, sta alla base di tutto quello che facciamo: gli atteggiamenti.
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Ecco, magari sembra una parola un po' vaga,
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ma in realtà è un costrutto psicologico fondamentale.
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Eh,
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Loris.
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Mi viene da dire che spesso usiamo la parola "atteggiamento" nella vita
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di tutti i giorni, ma immagino che in psicologia abbia un significato
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molto preciso.
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Puoi aiutarci a capire meglio?
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Certo!
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Allora, gli atteggiamenti sono costrutti astratti,
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non li vediamo direttamente, ma possiamo misurarli.
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E sono fondamentali perché guidano il nostro comportamento: quello che
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pensiamo, proviamo, facciamo.
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Già negli anni '30, Allport - era il 1935,
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direi - definiva gli atteggiamenti come uno stato di prontezza mentale
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e neurologica che, formato dall'esperienza,
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influenza le nostre risposte agli oggetti.
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Quindi, già allora si capiva che gli atteggiamenti sono una specie di
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bussola interna che ci orienta.
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Quindi,
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se ho capito bene, ogni cosa può essere oggetto di atteggiamento: una
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persona, un'idea, un evento, persino la scuola o la tecnologia.
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A proposito
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di tecnologia!
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Vivendo esperienze positive nell'utilizzo di questi strumenti,
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il mio atteggiamento è cambiato.
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All'inizio, ero un po' scettica sulle aule digitali,
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ma poi le emozioni positive che ho provato mi hanno proprio spinta a
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vedere la tecnologia in modo diverso.
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Ma guarda,
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Sandra, è un esempio perfetto!
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Perché oggi, quando parliamo di atteggiamenti,
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li consideriamo come rappresentazioni cognitive: valutiamo un oggetto
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in modo positivo o negativo e questa valutazione può riguardare davvero
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qualsiasi cosa.
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Per capire meglio come si formano,
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usiamo un modello molto classico che ritiene che ciascun atteggiamento
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è costituito da tre componenti: la componente cognitiva,
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quella affettiva e quella comportamentale.
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In pratica: cosa pensiamo, cosa proviamo e cosa facciamo rispetto a quell'oggetto.
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Quindi,
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se penso che la tecnologia sia utile (componente cognitiva),
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mi sento entusiasta quando la uso (componente affettiva),
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e la scelgo attivamente nelle mie attività (componente comportamentale),
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il mio atteggiamento è chiaramente positivo.
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Ma se una di queste componenti
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va in direzione opposta, le cose si complicano,
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vero?
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Esatto, e su questo ci torniamo subito.
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Ma intanto, ricordiamoci che questo modello a tre componenti chiamato
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modello tripartito e sviluppato da Zanna e Rempel alla fine degli anni
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'80 è fondamentale per capire come si costruiscono e si misurano gli
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atteggiamenti,
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e perché sono così centrali nello studio del comportamento umano.
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Dai,
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Loris, entriamo un po' più nel dettaglio di queste tre componenti.
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Come
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si combinano tra loro?
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E cosa succede quando non sono proprio allineate?
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Ottima domanda,
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Sandra.
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Immagina le componenti come dei vettori: ognuna ha una direzione - positiva
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o negativa - e una forza, cioè quanto pesa nella valutazione complessiva.
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A volte la componente cognitiva è più forte,
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altre volte prevale quella affettiva oppure comportamentale.
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Il nostro
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atteggiamento finale è una specie di media tra queste componenti,
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ma non sempre sono perfettamente coerenti tra loro.
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Quindi,
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se prendo l'esempio del gelato - che,
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tra l'altro, mi fa venire fame solo a parlarne - posso pensare che "il
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gelato costa troppo" Componente cognitivaMa "fa caldo e mi piacerebbe
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tantissimo" Componente affettivaE magari sono indecisa se comprarlo o
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meno Componente comportamentale!
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Il mio nei confronti del gelato è un atteggiamento
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ambivalente?
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Esattamente!
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E succede spesso, anche in situazioni più serie.
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Prendi il fumo: una persona può sapere che fa male (componente cognitiva),
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provare piacere a fumare ma anche senso di colpa (componente affettiva),
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e magari continuare a fumare comunque (componente comportamentale).
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Le componenti possono essere in conflitto,
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e questo crea ambivalenza.
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E, come puoi immaginare, non è raro,
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anzi, capita spesso nella vita quotidiana.
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Mi viene in mente anche lo
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studio: so che è importante (componente cognitiva),
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ma magari oggi non ne ho proprio voglia (componente affettiva),
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e quindi rimando (componente comportamentale).Ma allora,
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Loris, come può un insegnante affrontare questi atteggiamenti ambivalenti
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negli studenti, soprattutto quando si parla di nuove metodologie didattiche?
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Domanda
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super attuale, Sandra.
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Gli insegnanti si trovano spesso davanti a studenti che,
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razionalmente, capiscono l'utilità di una nuova metodologia o argomento
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di studio, ma magari non la sentono "loro" o provano disagio.
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In questi casi, è importante lavorare su tutte le componenti.
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Area cognitiva: fornire informazioni chiare.
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Area affettiva: creare esperienze positive e coinvolgenti.
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Area comportamentale: dare la possibilità di sperimentare attivamente.
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Così si può favorire una maggiore coerenza e,
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magari, ridurre l'ambivalenza.
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Quindi,
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non basta spiegare razionalmente: bisogna anche far vivere emozioni positive
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e permettere agli studenti di agire,
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di mettersi in gioco.È una vera sfida per chi insegna!
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Sì,
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assolutamente.
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E poi, aggiungiamo ancora un elemento: gli atteggiamenti non sono fissi,
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possono cambiare a seconda delle situazioni,
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delle motivazioni, delle esperienze.
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Ogni volta che si attiva un atteggiamento,
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il sistema cognitivo rielabora le componenti,
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quindi c'è sempre spazio per il cambiamento!
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A proposito di cambiamento,
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Loris, cosa rende un atteggiamento forte o resistente?
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E come si collegano
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questi aspetti alle dinamiche di gruppo,
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magari in contesti educativi digitali?
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Allora,
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un atteggiamento è forte quando c'è coerenza e rafforzamento tra le tre
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componenti: se tutte vanno nella stessa direzione,
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l'atteggiamento si attiva automaticamente,
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guida le nostre risposte e resiste ai tentativi di cambiamento.
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Questo è fondamentale se parliamo di persuasione o di leadership nei
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gruppi.
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Un leader efficace spesso riesce a rafforzare le componenti degli
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atteggiamenti
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dei membri del gruppo, rendendoli più coesi e meno suscettibili a influenze
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esterne.
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E in un'aula digitale, dove magari le dinamiche sono diverse rispetto
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a quelle tradizionali, come si può lavorare su questi aspetti?
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Che sia
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in presenza o in digitale, il principio resta lo stesso: rafforzare la
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coerenza tra le componenti, creare esperienze significative e lavorare
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sulle emozioni, oltre che sulle informazioni.
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Quindi, lavorare sulle esperienze di gruppo può davvero fare la differenza,
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soprattutto quando si tratta di cambiare atteggiamenti radicati o ambivalenti.
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Ti
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faccio un esempio dal progetto "Quasi Amici",
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che ho avviato nel 2016.
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In quel contesto, abbiamo osservato come gli atteggiamenti dei partecipanti
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si sono trasformati attraverso esperienze di gruppo guidate sul tema dell'inclusione
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e della relazione con soggetti disabili.
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All'inizio c'era magari diffidenza o ambivalenza,
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ma con il tempo, grazie a esperienze condivise e positive,
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le componenti si sono rafforzate e rese più coerenti.
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Questo ha portato a cambiamenti stabili e duraturi negli atteggiamenti,
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anche verso la diversità e l'inclusione.
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Dovrai raccontarci di più di
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questo tuo progetto.
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Insieme a quelli dedicati al tema dello sport!
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Davvero volentieri.
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Per oggi, però, direi di avviarci alla chiusura con tre messaggi chiave.
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Che ne dici?
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Certo, vai!
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Primo messaggio: gli atteggiamenti sono fondamentali
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per capire e guidare il comportamentoSecondo: gli atteggiamenti
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sono composti
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da più dimensioni che vanno considerate insiemeTerzo: gli atteggiamenti
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possono cambiare, ma la coerenza tra le componenti li rende più forti
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e resistenti.
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Ci lasci anche tre spunti di riflessione?
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Eccoli: come possiamo favorire
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atteggiamenti positivi nei gruppi?
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Quali strategie funzionano meglio nei contesti digitali?
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E come possiamo riconoscere e gestire l'ambivalenza nei nostri atteggiamenti?
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Domande
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che ci portiamo a casa e che, magari,
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riprenderemo nei prossimi episodi.
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Loris,
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grazie come sempre per la tua chiarezza e per gli esempi concreti.
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E grazie
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a chi ci ha ascoltato: continuate a seguirci nel podcast "Psicologia dei
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gruppi", perché di spunti ne abbiamo ancora tanti!
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Loris,
00:10:14
ci sentiamo presto?
00:10:14
Assolutamente,
00:10:16
Sandra.
00:10:16
Un saluto a te e a tutti gli ascoltatori.
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Alla prossima!
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Ciao a tutti, e buona giornata!

![[04] Cosa sono gli atteggiamenti?](https://images.beamly.com/fetch/https%3A%2F%2Fauth.jellypod.ai%2Fstorage%2Fv1%2Fobject%2Fpublic%2FCoverImages%2Forg_01K7DBDW6Z6WY8F3DV1EPJM2Z4%2Fusers%2Fuser_01K7DBDW1MF050KSA7ZE8CDR69%2F76fc50a2-c6f9-47e3-915d-6ca93baa0743.png?w=365)

