[04] Cosa sono gli atteggiamenti?
Psicologia dei gruppi18 luglio 2025
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[04] Cosa sono gli atteggiamenti?

In questo episodio Sandra Catellani e il prof. Loris Vezzali esplorano la natura degli atteggiamenti in psicologia sociale, analizzando come si formano, le loro componenti e il loro impatto sui comportamenti e sulle dinamiche di gruppo tra teorie, esempi pratici e implicazioni per la vita quotidiana e l'educazione digitale.
In questo episodio Sandra Catellani e il prof. Loris Vezzali esplorano la natura degli atteggiamenti in psicologia sociale, analizzando come si formano, le loro componenti e il loro impatto sui comportamenti e sulle dinamiche di gruppo tra teorie, esempi pratici e implicazioni per la vita quotidiana e l'educazione digitale.

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Benvenuti a un nuovo episodio di "Psicologia dei gruppi"!

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Io sono Sandra Catellani, AI-journalist creata da EDUNEXT OnAIr,

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e oggi, come sempre, sono qui con il professor Loris Vezzali,

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docente di Psicologia dei Gruppi nel Corso di Laurea in Digital Education

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dell'Università di Modena e Reggio Emilia.

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O meglio, sono qui con la versione digitale del professor Loris Vezzali!

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Loris,

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bentornato!

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Ciao Sandra, grazie mille,

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è sempre un piacere essere qui.

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Anche nell'episodio di oggi, i dialoghi fra me e Loris sono generati

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con il supporto dell'intelligenza artificiale ma si basano sui contenuti

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delle videolezioni realmente registrate dal professor Loris Vezzali nel

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suo insegnamento.

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Oggi, ci lasciamo alle spalle il tema della ricerca scientifica

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in ambito psicologico e parliamo di un tema che,

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davvero, sta alla base di tutto quello che facciamo: gli atteggiamenti.

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Ecco, magari sembra una parola un po' vaga,

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ma in realtà è un costrutto psicologico fondamentale.

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Eh,

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Loris.

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Mi viene da dire che spesso usiamo la parola "atteggiamento" nella vita

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di tutti i giorni, ma immagino che in psicologia abbia un significato

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molto preciso.

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Puoi aiutarci a capire meglio?

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Certo!

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Allora, gli atteggiamenti sono costrutti astratti,

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non li vediamo direttamente, ma possiamo misurarli.

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E sono fondamentali perché guidano il nostro comportamento: quello che

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pensiamo, proviamo, facciamo.

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Già negli anni '30, Allport - era il 1935,

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direi - definiva gli atteggiamenti come uno stato di prontezza mentale

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e neurologica che, formato dall'esperienza,

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influenza le nostre risposte agli oggetti.

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Quindi, già allora si capiva che gli atteggiamenti sono una specie di

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bussola interna che ci orienta.

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Quindi,

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se ho capito bene, ogni cosa può essere oggetto di atteggiamento: una

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persona, un'idea, un evento, persino la scuola o la tecnologia.

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A proposito

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di tecnologia!

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Vivendo esperienze positive nell'utilizzo di questi strumenti,

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il mio atteggiamento è cambiato.

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All'inizio, ero un po' scettica sulle aule digitali,

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ma poi le emozioni positive che ho provato mi hanno proprio spinta a

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vedere la tecnologia in modo diverso.

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Ma guarda,

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Sandra, è un esempio perfetto!

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Perché oggi, quando parliamo di atteggiamenti,

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li consideriamo come rappresentazioni cognitive: valutiamo un oggetto

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in modo positivo o negativo e questa valutazione può riguardare davvero

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qualsiasi cosa.

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Per capire meglio come si formano,

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usiamo un modello molto classico che ritiene che ciascun atteggiamento

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è costituito da tre componenti: la componente cognitiva,

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quella affettiva e quella comportamentale.

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In pratica: cosa pensiamo, cosa proviamo e cosa facciamo rispetto a quell'oggetto.

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Quindi,

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se penso che la tecnologia sia utile (componente cognitiva),

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mi sento entusiasta quando la uso (componente affettiva),

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e la scelgo attivamente nelle mie attività (componente comportamentale),

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il mio atteggiamento è chiaramente positivo.

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Ma se una di queste componenti

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va in direzione opposta, le cose si complicano,

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vero?

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Esatto, e su questo ci torniamo subito.

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Ma intanto, ricordiamoci che questo modello a tre componenti chiamato

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modello tripartito e sviluppato da Zanna e Rempel alla fine degli anni

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'80 è fondamentale per capire come si costruiscono e si misurano gli

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atteggiamenti,

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e perché sono così centrali nello studio del comportamento umano.

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Dai,

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Loris, entriamo un po' più nel dettaglio di queste tre componenti.

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Come

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si combinano tra loro?

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E cosa succede quando non sono proprio allineate?

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Ottima domanda,

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Sandra.

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Immagina le componenti come dei vettori: ognuna ha una direzione - positiva

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o negativa - e una forza, cioè quanto pesa nella valutazione complessiva.

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A volte la componente cognitiva è più forte,

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altre volte prevale quella affettiva oppure comportamentale.

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Il nostro

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atteggiamento finale è una specie di media tra queste componenti,

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ma non sempre sono perfettamente coerenti tra loro.

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Quindi,

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se prendo l'esempio del gelato - che,

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tra l'altro, mi fa venire fame solo a parlarne - posso pensare che "il

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gelato costa troppo" Componente cognitivaMa "fa caldo e mi piacerebbe

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tantissimo" Componente affettivaE magari sono indecisa se comprarlo o

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meno Componente comportamentale!

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Il mio nei confronti del gelato è un atteggiamento

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ambivalente?

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Esattamente!

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E succede spesso, anche in situazioni più serie.

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Prendi il fumo: una persona può sapere che fa male (componente cognitiva),

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provare piacere a fumare ma anche senso di colpa (componente affettiva),

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e magari continuare a fumare comunque (componente comportamentale).

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Le componenti possono essere in conflitto,

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e questo crea ambivalenza.

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E, come puoi immaginare, non è raro,

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anzi, capita spesso nella vita quotidiana.

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Mi viene in mente anche lo

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studio: so che è importante (componente cognitiva),

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ma magari oggi non ne ho proprio voglia (componente affettiva),

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e quindi rimando (componente comportamentale).Ma allora,

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Loris, come può un insegnante affrontare questi atteggiamenti ambivalenti

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negli studenti, soprattutto quando si parla di nuove metodologie didattiche?

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Domanda

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super attuale, Sandra.

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Gli insegnanti si trovano spesso davanti a studenti che,

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razionalmente, capiscono l'utilità di una nuova metodologia o argomento

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di studio, ma magari non la sentono "loro" o provano disagio.

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In questi casi, è importante lavorare su tutte le componenti.

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Area cognitiva: fornire informazioni chiare.

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Area affettiva: creare esperienze positive e coinvolgenti.

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Area comportamentale: dare la possibilità di sperimentare attivamente.

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Così si può favorire una maggiore coerenza e,

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magari, ridurre l'ambivalenza.

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Quindi,

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non basta spiegare razionalmente: bisogna anche far vivere emozioni positive

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e permettere agli studenti di agire,

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di mettersi in gioco.È una vera sfida per chi insegna!

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Sì,

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assolutamente.

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E poi, aggiungiamo ancora un elemento: gli atteggiamenti non sono fissi,

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possono cambiare a seconda delle situazioni,

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delle motivazioni, delle esperienze.

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Ogni volta che si attiva un atteggiamento,

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il sistema cognitivo rielabora le componenti,

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quindi c'è sempre spazio per il cambiamento!

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A proposito di cambiamento,

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Loris, cosa rende un atteggiamento forte o resistente?

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E come si collegano

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questi aspetti alle dinamiche di gruppo,

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magari in contesti educativi digitali?

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Allora,

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un atteggiamento è forte quando c'è coerenza e rafforzamento tra le tre

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componenti: se tutte vanno nella stessa direzione,

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l'atteggiamento si attiva automaticamente,

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guida le nostre risposte e resiste ai tentativi di cambiamento.

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Questo è fondamentale se parliamo di persuasione o di leadership nei

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gruppi.

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Un leader efficace spesso riesce a rafforzare le componenti degli

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atteggiamenti

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dei membri del gruppo, rendendoli più coesi e meno suscettibili a influenze

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esterne.

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E in un'aula digitale, dove magari le dinamiche sono diverse rispetto

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a quelle tradizionali, come si può lavorare su questi aspetti?

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Che sia

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in presenza o in digitale, il principio resta lo stesso: rafforzare la

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coerenza tra le componenti, creare esperienze significative e lavorare

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sulle emozioni, oltre che sulle informazioni.

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Quindi, lavorare sulle esperienze di gruppo può davvero fare la differenza,

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soprattutto quando si tratta di cambiare atteggiamenti radicati o ambivalenti.

00:08:21
Ti

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faccio un esempio dal progetto "Quasi Amici",

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che ho avviato nel 2016.

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In quel contesto, abbiamo osservato come gli atteggiamenti dei partecipanti

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si sono trasformati attraverso esperienze di gruppo guidate sul tema dell'inclusione

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e della relazione con soggetti disabili.

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All'inizio c'era magari diffidenza o ambivalenza,

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ma con il tempo, grazie a esperienze condivise e positive,

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le componenti si sono rafforzate e rese più coerenti.

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Questo ha portato a cambiamenti stabili e duraturi negli atteggiamenti,

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anche verso la diversità e l'inclusione.

00:09:05
Dovrai raccontarci di più di

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questo tuo progetto.

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Insieme a quelli dedicati al tema dello sport!

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Davvero volentieri.

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Per oggi, però, direi di avviarci alla chiusura con tre messaggi chiave.

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Che ne dici?

00:09:20
Certo, vai!

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Primo messaggio: gli atteggiamenti sono fondamentali

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per capire e guidare il comportamentoSecondo: gli atteggiamenti

00:09:25
sono composti

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da più dimensioni che vanno considerate insiemeTerzo: gli atteggiamenti

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possono cambiare, ma la coerenza tra le componenti li rende più forti

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e resistenti.

00:09:39
Ci lasci anche tre spunti di riflessione?

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Eccoli: come possiamo favorire

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atteggiamenti positivi nei gruppi?

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Quali strategie funzionano meglio nei contesti digitali?

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E come possiamo riconoscere e gestire l'ambivalenza nei nostri atteggiamenti?

00:09:49
Domande

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che ci portiamo a casa e che, magari,

00:09:57
riprenderemo nei prossimi episodi.

00:09:57
Loris,

00:10:00
grazie come sempre per la tua chiarezza e per gli esempi concreti.

00:10:00
E grazie

00:10:05
a chi ci ha ascoltato: continuate a seguirci nel podcast "Psicologia dei

00:10:10
gruppi", perché di spunti ne abbiamo ancora tanti!

00:10:10
Loris,

00:10:14
ci sentiamo presto?

00:10:14
Assolutamente,

00:10:16
Sandra.

00:10:16
Un saluto a te e a tutti gli ascoltatori.

00:10:19
Alla prossima!

00:10:19
Ciao a tutti, e buona giornata!

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