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Ciao a tutti e bentornati a Openness in Education!
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Oggi parliamo di NextCloud e di come può davvero cambiare la gestione
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dei dati nelle scuole e nelle università.
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Tommaso, partiamo subito da una domanda che riceviamo spesso: ma che
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differenza c'è tra la versione Community e quella Enterprise di NextCloud?
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Eh,
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guarda Elena, questa è una di quelle domande che fanno sempre un po'
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sorridere, perché in realtà la differenza è quasi solo nel modo in cui
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scegli di gestire il servizio.
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La versione Community è gratuita,
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te la scarichi e te la installi sul tuo server.
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L'Enterprise invece è a pagamento,
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e viene gestita direttamente dalla comunità che sviluppa NextCloud.
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Ma, ecco, le funzionalità sono praticamente identiche.
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Non è come in certi altri software dove la versione gratuita è castrata,
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qui no.
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Sì, e questa cosa mi aveva colpito tantissimo quando,
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nel mio ateneo, abbiamo fatto una demo di installazione.
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Ti giuro, Tommaso, ci abbiamo messo venti minuti.
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Cioè, venti minuti veri, non sto esagerando.
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Avevamo un server con Ubuntu, abbiamo usato i tool di automazione e in
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un attimo era tutto pronto.
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E io, che sono sempre un po' scettica su queste cose,
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sono rimasta sorpresa dalla facilità.Ma infatti,
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ormai i sistemi operativi più diffusi,
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tipo Ubuntu o Debian, hanno già tutti gli strumenti per installare NextCloud
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in modo quasi automatico.
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E anche se vuoi fare una cosa più personalizzata,
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puoi comunque gestire tutto in autonomia.
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E poi, se uno vuole, può anche integrare NextCloud con altri servizi,
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tipo Dropbox o G-Drive, anche se,
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vabbè, lì si entra un po' in contraddizione con l'idea di autonomia,
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però la possibilità c'è.Sì, e questa flessibilità è fondamentale,
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soprattutto per chi lavora in ambienti educativi dove magari ci sono
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già altri sistemi in uso.
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E poi, diciamolo, anche con risorse hardware non esagerate,
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tipo un server con 16 terabyte di disco e 64 giga di RAM,
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puoi già gestire una comunità universitaria senza problemi.
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Noi lo stiamo facendo e funziona bene,
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davvero.
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Ecco, questa è una cosa che spesso viene sottovalutata.
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Non serve un data center da multinazionale per partire.
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Certo, se vuoi gestire decine di migliaia di utenti,
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il discorso cambia, ma per molte scuole o dipartimenti universitari basta
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davvero poco.
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E la cosa bella è che puoi partire in piccolo e poi crescere.
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E poi,
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Tommaso, non so se ti ricordi,
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ma quando abbiamo presentato NextCloud ai colleghi,
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molti erano convinti che fosse una roba complicata,
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da smanettoni.
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Invece, con gli strumenti giusti,
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è alla portata di chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i server.
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E la soddisfazione di avere il controllo sui propri dati non ha prezzo.
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Sì,
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però qui arriva la domanda che ci fanno sempre: ma è sicuro?
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Cioè, rispetto ai grandi provider come Google o Microsoft,
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NextCloud ci protegge di più dagli attacchi hacker?
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Allora, la risposta onesta è: dipende.
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Dal punto di vista delle difese contro attacchi esterni,
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i giganti come Google e Microsoft hanno risorse enormi,
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quindi sono più protetti.
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Ma, ecco, non ti proteggono da loro stessi,
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cioè dai loro modelli di business e da come gestiscono i dati.
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Esatto,
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e qui entra in gioco la questione del controllo.
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Con NextCloud, la sicurezza te la gestisci tu.
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È vero che il codice è aperto,
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quindi sia gli sviluppatori che gli hacker possono vedere le vulnerabilità,
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ma c'è anche uno sviluppo continuo e una comunità che lavora per risolvere
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i problemi.
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Però, Tommaso, io sono convinta che la vera sicurezza dipenda molto più
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dagli utenti che dalla tecnologia.
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Sì,
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e a proposito di policy, mi hanno chiesto se si può limitare l'accesso
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a un solo IP per volta, tipo per evitare che un account venga usato da
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più dispositivi contemporaneamente.
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Allora, non sono sicura al cento per cento,
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ma visto che con Moodle si può fare,
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immagino che anche con NextCloud sia possibile.
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Magari non è una funzione che usano tutti,
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ma per alcune realtà può essere importante.
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Sì,
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e poi c'è tutto il tema delle integrazioni: puoi importare dati da
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Dropbox,
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G-Drive, OneDrive... Quindi anche la migrazione da altri sistemi non è
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un ostacolo insormontabile.
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Però, tornando alla sicurezza,
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secondo me il vero salto di qualità si fa quando le persone capiscono
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che la tecnologia è solo uno strumento,
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e che la responsabilità è anche nostra,
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come utenti.
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Assolutamente.
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E poi, diciamolo, spesso nelle scuole e nelle università c'è ancora un
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po' di diffidenza verso l'open source,
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come se fosse meno affidabile.
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Ma in realtà, come abbiamo visto anche in altri episodi,
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la trasparenza e la possibilità di personalizzare sono dei vantaggi enormi,
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soprattutto quando si parla di dati sensibili.
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A proposito di diffidenza,
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Tommaso, c'è chi pensa che solo le grandi aziende possano permettersi
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soluzioni cloud serie.
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Ma in realtà ci sono esempi concreti di università che hanno adottato
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NextCloud su larga scala, vero?
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Sì,
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sì, e non sono pochi.
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Pensa all'Università di Tolosa,
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in Francia: hanno migrato tutto su NextCloud,
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parliamo di 33.
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000 utenti tra studenti e docenti.
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La Technische Universität di Berlino ha fatto lo stesso,
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e anche la Northwest University in Sudafrica.
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E poi c'è il Lussemburgo, dove la rete degli insegnanti,
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circa 15.
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000 persone, usa NextCloud per la gestione dei dati e dei documenti.
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Quindi non è più una cosa da pionieri,
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sta diventando una scelta concreta.
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E questo si collega anche al tema
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dell'interoperabilità.
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Una delle domande che riceviamo spesso è: ma i documenti creati con NextCloud
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sono compatibili con altri sistemi?
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La risposta è sì, perché si usano formati aperti come ODP,
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ma puoi anche esportare in doc,
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xls, pdf... Non ci sono più problemi di compatibilità di una volta,
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anzi, forse meno che con Google Docs,
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che ogni tanto fa le sue magie.
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Sì,
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e ti dirò di più: la possibilità di configurare NextCloud su un server
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anche di dimensioni importanti,
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tipo quello che dicevi prima, con 16 terabyte di disco e 64 giga di RAM,
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permette di gestire una didattica digitale in modo molto più autonomo.
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Noi, per esempio, lo stiamo usando per condividere materiali,
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fare collaborazioni tra docenti e studenti,
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e la differenza si sente.
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Non dipendi più da cambiamenti improvvisi di policy o da limiti imposti
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da provider esterni.
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E questa autonomia,
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secondo me, è il vero valore aggiunto.
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Soprattutto in un periodo in cui,
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come abbiamo visto anche in altri episodi,
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le grandi piattaforme stanno iniziando a monetizzare sempre di più anche
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l'educazione, togliendo funzionalità gratuite e spostandole su versioni
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a pagamento.
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NextCloud ti permette di decidere tu come gestire i tuoi dati e le tue
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risorse.
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Sì, e magari non è la soluzione perfetta per tutti,
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ma il fatto che sempre più istituzioni la stiano adottando dimostra che
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è una strada percorribile.
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E poi, come abbiamo detto tante volte,
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la cultura digitale si costruisce anche facendo scelte consapevoli,
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non solo seguendo la strada più facile.
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Direi che possiamo fermarci qui
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per oggi.
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Abbiamo visto come NextCloud può essere una risorsa preziosa per l'educazione
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digitale, sia dal punto di vista tecnico che culturale.
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Tommaso, grazie come sempre per le tue riflessioni.
00:08:23
Grazie a te,
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Elena, e grazie a chi ci ha ascoltato.
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Continuate a mandarci domande e spunti,
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perché sono sempre il motore delle nostre conversazioni.
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Ci sentiamo alla
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prossima puntata di Openess in Education.
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Ciao Tommaso, ciao a tutti!
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Ciao Elena,
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ciao a tutti!

![[13] NextCloud per l’Educazione Digitale](https://images.beamly.com/fetch/https%3A%2F%2Fauth.jellypod.ai%2Fstorage%2Fv1%2Fobject%2Fpublic%2FCoverImages%2Forg_01K7DBDW6Z6WY8F3DV1EPJM2Z4%2Fusers%2Fuser_01K7DBDW1MF050KSA7ZE8CDR69%2FYhJJ1yNoOwxkoDUySDFHt.jpg?w=365)

