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Ciao a tutti e bentornati a Openness in Education!
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Io sono Elena Ferri, e con me c'è come sempre Tommaso Minerva.
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Oggi, Tommaso, ci addentriamo in un tema che,
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secondo me, è un po' la chiave di tutto il nostro ciclo: la scelta tra
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il mondo blu e il mondo rosso.
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Sembrano quasi delle puntate di Matrix,
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eh?
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Eh sì, Elena, la metafora della pillola blu e della pillola rossa
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ormai ci accompagna da un po'.
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E, come abbiamo già accennato in una delle scorse puntate,
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non si tratta di dire che una sia giusta e l'altra sbagliata,
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ma di essere consapevoli di cosa comporta scegliere l'una o l'altra.
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Oggi, però, vogliamo proprio mettere a confronto questi due mondi: da
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una parte le piattaforme centralizzate,
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i "grandi blu" come WhatsApp, Google,
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Facebook, Apple... e dall'altra le soluzioni open e federate,
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il cosiddetto "mondo rosso".Esatto.
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E tra l'altro, durante i nostri webinar,
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abbiamo lanciato un sondaggio proprio su questo: quale pillola scegliereste?
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E, guarda caso, la maggioranza,
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anche se di poco, ha scelto la pillola blu.
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Però c'è stata una fetta consistente di persone che ha optato per la
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rossa.
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Quindi, insomma, la curiosità verso le alternative open cresce,
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anche se il "blu" resta la scelta più istintiva.
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Sì,
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e secondo me è anche normale: il mondo blu è quello che conosciamo tutti,
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quello che usiamo ogni giorno,
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spesso senza nemmeno pensarci.
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Ma il mondo rosso, quello delle piattaforme open e federate,
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magari sembra più esotico, un po' strano... però offre delle possibilità
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che spesso sottovalutiamo.
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A proposito di scelte,
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mi viene in mente la prima volta che,
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all'università, ho deciso di usare un'app open source per un progetto.
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Era una piattaforma di gestione dati,
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niente di troppo sofisticato, ma ricordo che mi sentivo un po' fuori
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dal coro.
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Tutti usavano Google Drive, io invece mi sono intestardita con una soluzione
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open.
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All'inizio ho fatto fatica, lo ammetto,
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ma poi ho scoperto un mondo di possibilità che non avevo mai considerato.
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Ecco, forse è proprio questo il punto: la fatica iniziale,
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ma anche la libertà che ne deriva.
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Sì,
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e guarda, questa cosa della fatica la sento spesso anche tra i miei studenti.
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C'è sempre un po' di resistenza,
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perché il familiare rassicura.
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Però, come dicevamo anche nella scorsa puntata sul Fediverso,
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la consapevolezza è la chiave.
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Non si tratta di demonizzare il blu o di santificare il rosso,
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ma di capire davvero cosa c'è dietro ogni scelta.
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Ecco,
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uno dei temi che secondo me fa davvero la differenza tra questi due mondi
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è la gestione dell'identità digitale.
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Nei sistemi centralizzati, spesso ci registriamo con Google,
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Facebook, Apple... e in pratica stiamo dicendo: "Ehi,
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Google, certifica tu chi sono io".
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Ma quanto è affidabile questa certificazione?
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Eh,
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bella domanda.
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In realtà, come dicevi tu, basta che io mi crei un account Google con
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un nome di fantasia e, voilà, sono chi voglio.
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E questo, in un contesto educativo,
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può essere un problema.
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Pensiamo alle fake identity: su Facebook o Google ce ne sono a bizzeffe.
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E allora, come facciamo a sapere chi c'è davvero dall'altra parte?
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Esatto.
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E qui entrano in gioco i sistemi federati,
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come LDAP o Shibboleth, che usano molte università.
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In questi casi, è l'organizzazione stessa - l'università,
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per esempio - a garantire l'identità.
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Se uno studente si autentica con le credenziali dell'ateneo,
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sappiamo con certezza chi è.
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E poi c'è SPID, che in Italia ha anche valore legale.
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Certo, la procedura per ottenerlo è un po'... come dire... ferruginosa,
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ma almeno l'identità è certificata dalla pubblica amministrazione.
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Mi
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viene in mente una domanda che ci hanno fatto spesso: "Ma perché non posso
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semplicemente autenticarmi con Facebook anche per i servizi universitari?"
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E qui, Tommaso, ti lascio la parola,
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perché so che hai dovuto spiegare questa differenza più di una volta
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ai tuoi studenti.
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Sì, guarda, è una delle domande più gettonate.
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E ogni volta cerco di spiegare che autenticarsi con Facebook significa
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affidare la propria identità a un soggetto privato,
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che non ha nessun obbligo di certificare davvero chi sei.
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Invece, quando usi SPID o le credenziali dell'università,
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c'è un ente che si prende la responsabilità di dire: "Sì,
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questa persona è davvero chi dice di essere".
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E questo, soprattutto quando si parla di minori o di dati sensibili,
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fa tutta la differenza del mondo.
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E poi c'è il tema del single sign-on:
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avere un'unica identità digitale che vale per tutti i servizi.
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SPID, ad esempio, va proprio in questa direzione.
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Ma anche qui, bisogna capire chi gestisce e certifica questa identità.
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Non è solo una questione tecnica,
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ma anche legale e, direi, etica.
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Sì,
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e non dimentichiamo che, come abbiamo visto anche nella puntata sull'open
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source nelle università, spesso le soluzioni federate sono più sicure
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e rispettose della privacy, ma richiedono un po' più di impegno da parte
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delle organizzazioni.
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Però, secondo me, ne vale la pena,
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soprattutto in ambito educativo.
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Ecco,
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arriviamo al punto che, credo sia il più interessante: la consapevolezza.
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Quando valutiamo questi due mondi,
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dobbiamo considerare parametri come la privacy,
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la tutela dei dati, la cifratura delle comunicazioni e la protezione
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dei minori.
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Non sono dettagli, sono la base per costruire comunità online autentiche
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e sicure.
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Sì, e qui mi viene in mente la famosa tabella del Fediverso su
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Wikipedia.
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È una specie di mappa che mostra tutte le alternative open alle piattaforme
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centralizzate.
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C'è davvero di tutto: social, video,
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cloud... E la cosa interessante è che,
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per quasi ogni funzione dei "grandi blu",
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esiste una controparte open, spesso più rispettosa della privacy e della
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libertà degli utenti.
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Sì, eppure,
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nonostante tutte queste alternative,
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la scelta consapevole non è così scontata.
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Forse perché manca informazione,
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o forse perché la comunità intorno a certe piattaforme è ancora piccola.
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Però, come abbiamo visto anche nelle scorse puntate,
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ogni volta che una scuola, un'università o anche solo un gruppo di persone
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sceglie una soluzione open, contribuisce a creare una comunità più autentica
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e sicura.
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Ecco, io credo che la domanda chiave sia proprio questa: come
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può una scelta consapevole favorire la creazione di comunità online migliori?
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Non è solo una questione di tecnologia,
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ma di cultura.
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Se scegliamo piattaforme che rispettano la privacy,
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che tutelano i dati e che permettono una gestione più trasparente dell'identità,
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stiamo anche educando alla cittadinanza digitale.
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E magari,
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la prossima volta che ci troviamo davanti alla scelta tra pillola blu
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e pillola rossa, ci penseremo due volte.
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Non per forza per cambiare tutto,
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ma almeno per essere più consapevoli.
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Ecco, direi che possiamo chiudere qui per oggi,
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Tommaso.
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Come sempre, grazie per la chiacchierata e grazie a chi ci ha seguito.
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Grazie
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a te, Elena, e grazie a tutti.
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Continuate a mandarci domande e spunti,
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perché sono proprio questi che rendono vive le nostre discussioni.
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Alla prossima puntata!
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Ciao a tutti e concludo con il nostro motto...
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"Buona consapevolezza digitale!"

![[04] Scegliere tra Blu e Rosso](https://images.beamly.com/fetch/https%3A%2F%2Fauth.jellypod.ai%2Fstorage%2Fv1%2Fobject%2Fpublic%2FCoverImages%2Forg_01K7DBDW6Z6WY8F3DV1EPJM2Z4%2Fusers%2Fuser_01K7DBDW1MF050KSA7ZE8CDR69%2FI2BmfR6_DFGkg9zIZcP8d.jpg?w=365)

