[03] Il Fediverso: opportunità per le scuole e università
Openness in Education23 giugno 2025
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[03] Il Fediverso: opportunità per le scuole e università

Analizziamo come il Fediverso e le piattaforme open source stanno rivoluzionando l’ambiente educativo italiano. Dalle alternative ai social tradizionali fino alla creazione di ecosistemi digitali sicuri e personalizzati, esploriamo esperienze concrete e sfide di implementazione.
Analizziamo come il Fediverso e le piattaforme open source stanno rivoluzionando l’ambiente educativo italiano. Dalle alternative ai social tradizionali fino alla creazione di ecosistemi digitali sicuri e personalizzati, esploriamo esperienze concrete e sfide di implementazione.

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Ciao a tutti e bentornati a Openness in Education!

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Io sono Elena Ferri, e come sempre c'è con me Tommaso Minerva.

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Oggi parliamo di un tema che, secondo me,

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è centrale in questo ciclo di conversazioni: il Fediverso e le sue

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opportunità

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per scuole e università.Ciao Elena,

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ciao a tutti!

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Sì, oggi entriamo proprio nel vivo.

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Allora, il Fediverso...

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magari qualcuno ne ha già sentito parlare,

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magari no.

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In pratica, è un insieme di applicazioni open source che comunicano tra

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loro grazie a protocolli come ActivityPub.

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Questo garantisce interoperabilità,

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cioè le piattaforme possono dialogare,

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e anche sicurezza, perché l'identità viene certificata e gestita

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dall'organizzazione

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stessa, non da una multinazionale.

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Esatto,

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e questa cosa della sicurezza secondo me è fondamentale,

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soprattutto in ambito educativo.

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Le piattaforme principali del Fediverso sono Mastodon,

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che è un po' come un Twitter federato,

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Matrix per la messaggistica, PeerTube per i video...

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E ci sono esempi concreti anche in Italia,

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tipo edusocial.

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it per Mastodon o edumatrix.

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it per Matrix.

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Sono ambienti che possiamo davvero personalizzare e controllare.

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Sì,

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e la differenza rispetto a Facebook o WhatsApp è enorme.

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Nei social federati, i dati restano all'interno della comunità educativa.

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È come mandare i figli a scuola sapendo che sono in un ambiente protetto,

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invece di lasciarli in giro senza sapere dove sono.

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E poi, queste piattaforme sono installate sui server dell'istituzione,

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quindi la scuola o l'università ha il pieno controllo.

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Guarda,

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io Mastodon l'ho scoperto proprio grazie a un gruppo di colleghi curiosi.

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All'inizio ero un po' scettica,

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lo ammetto, perché ero abituata ai soliti social.

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Ma poi mi sono resa conto che la possibilità di avere uno spazio gestito

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dalla nostra comunità, senza pubblicità,

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senza algoritmi strani, è una boccata d'aria fresca.

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E anche la privacy è tutta un'altra cosa.

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Ecco,

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e non è solo una questione tecnica.

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C'è anche un valore educativo fortissimo.

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Se insegniamo agli studenti a usare strumenti alternativi,

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li aiutiamo a diventare cittadini digitali consapevoli.

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E questo, secondo me, è uno dei compiti principali delle istituzioni

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educative oggi.

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Sì, e qui arriviamo al punto: come si fa a portare questi

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strumenti nelle scuole e nelle università?

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Ci sono già esperienze pratiche,

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no Tommaso?

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Sì, assolutamente.

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Pensa che in alcune classi universitarie abbiamo usato PeerTube per caricare

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i progetti video degli studenti.

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È stato interessante perché, oltre a risparmiare sui costi rispetto a

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piattaforme commerciali, abbiamo potuto gestire tutto internamente,

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senza dipendere da servizi esterni.

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E la gestione non è così complicata come si pensa,

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anzi, spesso è più semplice di quanto sembri.

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E poi c'è il tema della

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cittadinanza digitale.

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Usare Mastodon o Matrix in classe significa anche parlare di privacy,

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di consapevolezza tecnologica.

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Gli studenti imparano che esistono alternative,

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che possono scegliere e capire cosa succede ai loro dati.

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È un modo per fare educazione civica digitale,

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non solo informatica.

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Certo, però non è tutto rose e fiori.

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Le scuole e gli atenei incontrano diversi ostacoli.

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Il primo, secondo me, è la pigrizia digitale: siamo abituati a usare

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Google Meet, Teams, WhatsApp...

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Cambiare richiede uno sforzo, anche solo mentale.

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E poi c'è la paura che gli strumenti open source siano più difficili

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o meno sicuri.

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Ma, come abbiamo già detto in una puntata precedente,

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spesso è solo una questione di abitudine e di formazione.

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Sì,

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e aggiungo che a volte manca proprio la curiosità di provare qualcosa

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di nuovo.

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Io stessa, la prima volta che ho usato Matrix,

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ho pensato: "Oddio, sarà complicato!" Invece,

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dopo due giorni, mi sono chiesta perché non l'avessimo fatto prima.

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E poi, quando vedi che gli studenti si appassionano,

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capisci che ne vale la pena.

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Ecco,

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e non dimentichiamo che queste scelte aiutano anche a recuperare competenze

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che si stanno perdendo.

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Gestire la sicurezza digitale,

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per esempio, è una responsabilità che dovremmo riacquisire,

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non delegare sempre a qualcun altro.

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È come chiudere la porta di casa: dobbiamo sapere come si fa,

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non lasciare le chiavi a Google o Microsoft.

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E qui si apre un altro tema:

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il Fediverso non è solo social o messaggistica.

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Si può costruire un vero ecosistema educativo integrato.

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Penso a Moodle per la didattica,

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Big Blue Button per le videoconferenze,

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NextCloud per l'archiviazione dei file,

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PeerTube per i video...

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Tutti strumenti open source che possono dialogare tra loro.

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Sì,

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e ti racconto un caso concreto: abbiamo creato una specie di "YouTube

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universitario" con PeerTube, dove gli studenti pubblicano i loro video.

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Funziona benissimo, è federato,

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quindi può dialogare con altre istanze di altre università o scuole.

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E l'impatto sulla didattica è stato notevole: più partecipazione,

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più creatività, e anche più attenzione alla privacy.

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E quando parliamo

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di archiviazione, NextCloud è stato una salvezza,

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soprattutto in emergenza sanitaria.

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Ricordo quando ho aiutato un collega a migrare tutti i materiali didattici

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su NextCloud: in pochi giorni avevamo un ambiente sicuro,

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accessibile solo alla nostra comunità,

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senza doverci preoccupare di dove finissero i dati.

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Ecco,

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e qui entra in gioco anche il discorso del cloud pubblico europeo.

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Se riuscissimo ad avere infrastrutture pubbliche efficienti,

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sarebbe ancora più facile adottare queste soluzioni su larga scala.

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Si sta lavorando a livello europeo e nazionale,

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anche se ci vorrà ancora un po' di tempo.

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Ma è un prerequisito fondamentale per rafforzare la sovranità digitale

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delle nostre scuole e università.Sì,

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e secondo me è proprio questo il punto: dobbiamo imparare a fare scelte

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consapevoli, come dicevamo anche nella prima puntata con la metafora della

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pillola rossa.

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Non si tratta di demonizzare le soluzioni commerciali,

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ma di capire cosa ci offrono davvero le alternative open source e federate.

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E investire in conoscenza, competenze e autonomia digitale.

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Esatto,

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e magari la prossima volta potremmo approfondire proprio come si costruisce

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una comunità educativa digitale,

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partendo da questi strumenti.

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Che dici Elena, ci diamo appuntamento alla prossima?

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Assolutamente sì!

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Grazie a tutti per averci seguito,

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grazie Tommaso per la chiacchierata.

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Continuate a mandarci domande e spunti,

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e ci sentiamo presto con un nuovo episodio di Openess in Education.

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Ciao a tutti!

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Ciao Elena, ciao a tutti e buona serata!

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