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Ciao a tutti e bentornati a Openness in Education!
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Io sono Elena Ferri, e con me c'è come sempre Tommaso Minerva.
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Oggi parliamo di un tema che, secondo me,
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è un po' il cuore di questa serie: le infrastrutture pubbliche e i servizi
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open source che, in teoria, dovrebbero essere la spina dorsale delle nostre
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università.Ciao Elena, ciao a tutti.
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Sì, guarda, è un argomento che mi sta particolarmente a cuore.
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Pensa che il consorzio Cineca,
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per esempio, offre da anni servizi di posta elettronica basati su ambienti
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open source, completamente gratuiti per gli atenei.
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E poi c'è la rete GARR, che mette a disposizione strumenti come Big Blue
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Button, infrastrutture Bluetooth...
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insomma, una serie di soluzioni tecniche davvero solide,
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consolidate, efficienti.
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E sono tutte interne alla rete universitaria,
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quindi anche dal punto di vista della sicurezza e della privacy,
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siamo su un altro livello rispetto alle piattaforme commerciali.
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Sì,
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eppure sembra quasi che queste opportunità passino inosservate.
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Tommaso, tu hai avuto un'esperienza diretta con queste infrastrutture
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pubbliche, vero?
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Eh, guarda, la prima volta che mi sono avvicinato a queste
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infrastrutture pubbliche, sono rimasto davvero sorpreso.
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Mi aspettavo qualcosa di, non so,
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un po' macchinoso, invece mi sono trovato davanti a strumenti avanzatissimi,
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pronti all'uso, e...
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nessuno li usava!
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Cioè, letteralmente nessuno.
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Mi ricordo che chiesi: "Ma quanti atenei stanno usando questa piattaforma?"
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E la risposta fu: zero.
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Nessuno.
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E la cosa assurda è che queste infrastrutture sono pagate dagli stessi
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atenei!
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È come avere una nuovissima auto elettrica in garage e continuare a
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utilizzare
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un vecchio diesel!
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Questa immagine mi fa sempre sorridere,
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ma è proprio così.
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E non è solo una questione tecnica,
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perché l'architettura c'è, è solida,
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è pronta.
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Quindi, perché noinn viene sfruttata?
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Eh,
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qui entriamo in un terreno un po' scivoloso.
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Prendiamo Big Blue Button, per esempio: una piattaforma open source per
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videoconferenze, perfettamente funzionante,
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integrata nella rete universitaria.
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Eppure, sai quante università italiane la usano?
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Nessuna.
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Zero.
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È una statistica che fa riflettere.
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E la domanda che ci facciamo tutti
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è: perché?
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Io, sinceramente, credo che sia una combinazione di pigrizia e abitudine.
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Cioè, durante l'emergenza, tutti si sono buttati su Google Meet,
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Teams, Zoom...
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piattaforme che conoscevano già,
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che sembravano più facili, più immediate.
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E da lì non si sono più spostati.
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Sì,
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e secondo me c'è anche una questione di consapevolezza.
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O meglio, di mancanza di consapevolezza.
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Non si conoscono le alternative,
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o magari si pensa che siano troppo complicate,
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o che non funzionino bene.
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Ma spesso è solo una questione di abitudine,
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di comfort zone.
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Guarda, ti racconto un episodio che mi è capitato proprio
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in ateneo.
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Durante una riunione, ho proposto di provare una piattaforma open source
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per le nostre riunioni online.
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La reazione è stata...
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come dire...
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di scetticismo totale.
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"Ma chi la conosce?
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E se non funziona?
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E se perdiamo tempo?" Alla fine,
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ovviamente, siamo tornati su Teams.
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È come se ci fosse una barriera invisibile,
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una resistenza al cambiamento che va oltre la tecnologia.
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Sì,
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è proprio così.
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E mi viene da pensare che, come dicevamo anche nella scorsa puntata,
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c'è una questione culturale di fondo.
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Scegliere la strada più facile,
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quella già battuta, è sempre più comodo che mettersi in gioco e imparare
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qualcosa di nuovo.
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E qui torniamo all'analogia che avevamo già accennato:
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la pillola blu o la pillola rossa.
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Prendere la pillola blu significa continuare a usare Google Meet,
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Teams, senza farsi troppe domande.
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La pillola rossa, invece, è la consapevolezza: scegliere soluzioni open
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source, magari più impegnative all'inizio,
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ma che ti danno autonomia, controllo,
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e anche una crescita di competenze digitali.
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Sì,
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e la domanda che dovremmo farci è: quali vantaggi reali potremmo ottenere
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se le università italiane adottassero davvero queste soluzioni open?
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Io penso a una maggiore indipendenza,
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una gestione più sicura dei dati,
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e anche la possibilità di personalizzare gli strumenti secondo le nostre
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esigenze.
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E poi, scusa, c'è anche un aspetto di formazione: imparare a usare questi
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strumenti significa anche sviluppare competenze che poi restano,
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che fanno crescere la comunità accademica.
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Assolutamente.
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E se guardiamo fuori dall'Italia,
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ci sono università che hanno adottato Big Blue Button con successo.
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Penso a certi atenei esteri dove la piattaforma è diventata lo standard,
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proprio perché offre flessibilità e controllo.
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Da noi, invece, sembra quasi che ci si accontenti della soluzione più
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semplice, senza valutare davvero le alternative.
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Sì,
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e forse la sfida vera è proprio questa: riuscire a far passare il messaggio
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che la consapevolezza tecnologica non è solo una questione di software,
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ma di cultura, di autonomia, di futuro.
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Ecco, magari la prossima volta potremmo approfondire proprio come si
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può iniziare questo cambiamento,
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anche a piccoli passi.
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Mi sembra un ottimo spunto,
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Tommaso.
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Allora ci fermiamo qui per oggi,
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ma continueremo a esplorare questi temi nelle prossime puntate.
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Grazie a tutti per averci seguito,
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e grazie a te Tommaso per la chiacchierata.
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Grazie a te Elena,
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e grazie a chi ci ascolta.
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Alla prossima!

![[02] Università e Open Source: Opportunità Sfruttate a Metà](https://images.beamly.com/fetch/https%3A%2F%2Fauth.jellypod.ai%2Fstorage%2Fv1%2Fobject%2Fpublic%2FCoverImages%2Forg_01K7DBDW6Z6WY8F3DV1EPJM2Z4%2Fusers%2Fuser_01K7DBDW1MF050KSA7ZE8CDR69%2FQduct5jmOfeTJoW27TNBS.jpg?w=365)

