[02] Università e Open Source: Opportunità Sfruttate a Metà
Openness in Education23 giugno 2025
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00:06:24

[02] Università e Open Source: Opportunità Sfruttate a Metà

Un episodio che esplora i servizi open source offerti dal consorzio GARR e Cineca alle università italiane, analizzando perché spesso non vengono adottati. Elena e Tommaso indagano sulle motivazioni culturali e pratiche dietro la preferenza per piattaforme più note come Google Meet e Teams.
Un episodio che esplora i servizi open source offerti dal consorzio GARR e Cineca alle università italiane, analizzando perché spesso non vengono adottati. Elena e Tommaso indagano sulle motivazioni culturali e pratiche dietro la preferenza per piattaforme più note come Google Meet e Teams.

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Ciao a tutti e bentornati a Openness in Education!

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Io sono Elena Ferri, e con me c'è come sempre Tommaso Minerva.

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Oggi parliamo di un tema che, secondo me,

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è un po' il cuore di questa serie: le infrastrutture pubbliche e i servizi

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open source che, in teoria, dovrebbero essere la spina dorsale delle nostre

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università.Ciao Elena, ciao a tutti.

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Sì, guarda, è un argomento che mi sta particolarmente a cuore.

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Pensa che il consorzio Cineca,

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per esempio, offre da anni servizi di posta elettronica basati su ambienti

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open source, completamente gratuiti per gli atenei.

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E poi c'è la rete GARR, che mette a disposizione strumenti come Big Blue

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Button, infrastrutture Bluetooth...

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insomma, una serie di soluzioni tecniche davvero solide,

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consolidate, efficienti.

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E sono tutte interne alla rete universitaria,

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quindi anche dal punto di vista della sicurezza e della privacy,

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siamo su un altro livello rispetto alle piattaforme commerciali.

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Sì,

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eppure sembra quasi che queste opportunità passino inosservate.

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Tommaso, tu hai avuto un'esperienza diretta con queste infrastrutture

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pubbliche, vero?

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Eh, guarda, la prima volta che mi sono avvicinato a queste

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infrastrutture pubbliche, sono rimasto davvero sorpreso.

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Mi aspettavo qualcosa di, non so,

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un po' macchinoso, invece mi sono trovato davanti a strumenti avanzatissimi,

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pronti all'uso, e...

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nessuno li usava!

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Cioè, letteralmente nessuno.

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Mi ricordo che chiesi: "Ma quanti atenei stanno usando questa piattaforma?"

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E la risposta fu: zero.

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Nessuno.

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E la cosa assurda è che queste infrastrutture sono pagate dagli stessi

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atenei!

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È come avere una nuovissima auto elettrica in garage e continuare a

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utilizzare

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un vecchio diesel!

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Questa immagine mi fa sempre sorridere,

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ma è proprio così.

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E non è solo una questione tecnica,

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perché l'architettura c'è, è solida,

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è pronta.

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Quindi, perché noinn viene sfruttata?

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Eh,

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qui entriamo in un terreno un po' scivoloso.

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Prendiamo Big Blue Button, per esempio: una piattaforma open source per

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videoconferenze, perfettamente funzionante,

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integrata nella rete universitaria.

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Eppure, sai quante università italiane la usano?

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Nessuna.

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Zero.

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È una statistica che fa riflettere.

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E la domanda che ci facciamo tutti

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è: perché?

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Io, sinceramente, credo che sia una combinazione di pigrizia e abitudine.

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Cioè, durante l'emergenza, tutti si sono buttati su Google Meet,

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Teams, Zoom...

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piattaforme che conoscevano già,

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che sembravano più facili, più immediate.

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E da lì non si sono più spostati.

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Sì,

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e secondo me c'è anche una questione di consapevolezza.

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O meglio, di mancanza di consapevolezza.

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Non si conoscono le alternative,

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o magari si pensa che siano troppo complicate,

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o che non funzionino bene.

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Ma spesso è solo una questione di abitudine,

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di comfort zone.

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Guarda, ti racconto un episodio che mi è capitato proprio

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in ateneo.

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Durante una riunione, ho proposto di provare una piattaforma open source

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per le nostre riunioni online.

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La reazione è stata...

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come dire...

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di scetticismo totale.

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"Ma chi la conosce?

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E se non funziona?

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E se perdiamo tempo?" Alla fine,

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ovviamente, siamo tornati su Teams.

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È come se ci fosse una barriera invisibile,

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una resistenza al cambiamento che va oltre la tecnologia.

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Sì,

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è proprio così.

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E mi viene da pensare che, come dicevamo anche nella scorsa puntata,

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c'è una questione culturale di fondo.

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Scegliere la strada più facile,

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quella già battuta, è sempre più comodo che mettersi in gioco e imparare

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qualcosa di nuovo.

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E qui torniamo all'analogia che avevamo già accennato:

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la pillola blu o la pillola rossa.

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Prendere la pillola blu significa continuare a usare Google Meet,

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Teams, senza farsi troppe domande.

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La pillola rossa, invece, è la consapevolezza: scegliere soluzioni open

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source, magari più impegnative all'inizio,

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ma che ti danno autonomia, controllo,

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e anche una crescita di competenze digitali.

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Sì,

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e la domanda che dovremmo farci è: quali vantaggi reali potremmo ottenere

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se le università italiane adottassero davvero queste soluzioni open?

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Io penso a una maggiore indipendenza,

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una gestione più sicura dei dati,

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e anche la possibilità di personalizzare gli strumenti secondo le nostre

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esigenze.

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E poi, scusa, c'è anche un aspetto di formazione: imparare a usare questi

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strumenti significa anche sviluppare competenze che poi restano,

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che fanno crescere la comunità accademica.

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Assolutamente.

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E se guardiamo fuori dall'Italia,

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ci sono università che hanno adottato Big Blue Button con successo.

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Penso a certi atenei esteri dove la piattaforma è diventata lo standard,

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proprio perché offre flessibilità e controllo.

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Da noi, invece, sembra quasi che ci si accontenti della soluzione più

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semplice, senza valutare davvero le alternative.

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Sì,

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e forse la sfida vera è proprio questa: riuscire a far passare il messaggio

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che la consapevolezza tecnologica non è solo una questione di software,

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ma di cultura, di autonomia, di futuro.

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Ecco, magari la prossima volta potremmo approfondire proprio come si

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può iniziare questo cambiamento,

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anche a piccoli passi.

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Mi sembra un ottimo spunto,

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Tommaso.

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Allora ci fermiamo qui per oggi,

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ma continueremo a esplorare questi temi nelle prossime puntate.

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Grazie a tutti per averci seguito,

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e grazie a te Tommaso per la chiacchierata.

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Grazie a te Elena,

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e grazie a chi ci ascolta.

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Alla prossima!

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