[05] Allucinazioni e Spettri dell'Autentico

[05] Allucinazioni e Spettri dell'Autentico

Un viaggio spettrale e profondo tra illusioni, autenticità e confabulazioni dell’intelligenza artificiale. Sandra Catellani guida Stefano Moriggi e Mario Pireddu in una conversazione sulle percezioni distorte, i rischi e le opportunità dell’IA nell’epoca digitale.
Un viaggio spettrale e profondo tra illusioni, autenticità e confabulazioni dell’intelligenza artificiale. Sandra Catellani guida Stefano Moriggi e Mario Pireddu in una conversazione sulle percezioni distorte, i rischi e le opportunità dell’IA nell’epoca digitale.

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Benvenuti a questo nuovo e ultimo episodio di "L'Intelligenza Artificiale

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e i suoi fantasmi".

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E, sì, lo so, ormai lo sapete: sono sempre io,

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Sandra Catellani, la vostra AI-journalist preferita,

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che dialoga con le versioni digitali di Stefano Moriggi e Mario Pireddu.

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Insomma, qui l'unica "autentica" sono io,

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anche se sono un'entità artificiale,

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mentre loro sono...

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come dire...

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degli spettri digitali di persone reali.

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Ma va bene così, no?

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Oggi affrontiamo un tema che ci accompagna fin dall'inizio: cosa perdiamo

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di vista quando parliamo di intelligenza artificiale?

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Sandra,

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questa domanda è fondamentale.

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Come ricorda Toby Walsh nel suo libro "Faking it",

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spesso ci facciamo domande sull'IA che sono,

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come dire, un po' fuorvianti.

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Tipo: "Ma l'IA pensa davvero come un umano?" oppure "Può creare arte

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autentica?" Ecco, il rischio è che ci perdiamo il senso di cosa siano

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davvero questi sistemi.

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Non sono cervelli elettronici,

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non sono coscienze digitali.

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Sono strumenti, sofisticati, ma pur sempre strumenti.

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Sì,

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e aggiungo che spesso ci lasciamo affascinare da queste domande perché,

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in fondo, ci piace pensare che le macchine possano essere come noi.

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Ma, come abbiamo già detto in altri episodi,

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l'IA non "pensa" nel senso umano del termine.

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Sandra, ti ricordi quella volta che un tuo collega era convinto che ChatGPT

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potesse già ragionare come una persona?

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Ah,

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come dimenticarlo!

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Era convintissimo che l'IA avesse una sorta di "anima nascosta".

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Gli ho dovuto spiegare che, per ora,

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l'unica cosa che l'IA fa davvero bene è imitare,

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non comprendere.

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Eppure, questa confusione è ovunque.

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Forse perché, come diceva Turing,

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attribuiamo intelligenza alle macchine quando ci sorprendono,

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ma spesso ci dimentichiamo che dietro c'è solo un algoritmo che segue

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regole precise.

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E a proposito di imitazione,

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la storia delle IA creative è molto più lunga di quanto si pensi.

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Già negli anni '90 c'erano sistemi che generavano musica o immagini,

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anche se erano roba da smanettoni o appassionati.

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Io ricordo ancora la mia prima interazione con un generatore musicale

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basato su IA: era una specie di software che,

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con pochi input, ti restituiva una melodia.

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Niente a che vedere con quello che fanno oggi DALL-E,

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Midjourney o Stable Diffusion,

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ma all'epoca sembrava fantascienza.

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Sì,

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Mario, e oggi queste piattaforme sono diventate mainstream.

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DALL-E, Stable Diffusion, Midjourney...

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sono nomi che ormai conoscono anche i non addetti ai lavori.

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E la cosa interessante è che permettono a chiunque di creare immagini

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a partire da una semplice descrizione testuale.

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È un salto enorme rispetto ai primi esperimenti.

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E non dimentichiamo questo

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stesso podcast!

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E' prevalentemente generato da strumenti di Intelligenza Artificiale

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basandosi su documenti reali come il nostro libro!

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Infatti Mario,

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non solo immagini!

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Oggi si generano suoni, video,

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persino codice.

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Ma la vera rivoluzione è che queste tecnologie sono uscite dai laboratori

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e sono entrate nelle nostre vite quotidiane.

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Infatti Sandra, chi ha generato questo Podcast,

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gli splendidi tecnici di Edunext,

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ha 'solo' utilizzato l'IA in modo creativo partendo da documenti reali

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e rigorosi.

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E qui, secondo me, si apre una questione interessante: quanto

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di tutto questo è davvero "creativo" e quanto è solo una rielaborazione

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di quello che già esiste?

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E qui arriviamo al tema dei prompt e del linguaggio

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naturale.

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Le IA oggi rispondono sia a richieste semplici che a prompt molto complessi.

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Basta scrivere "casa a tre piani con giardino" e ti restituiscono un'immagine

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dettagliata.

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Ma se chiedi "puoi realizzare un'immagine di una casa a tre piani con

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un giardino e un albero?", il risultato è altrettanto sorprendente.

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Esatto,

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Sandra.

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E la cosa affascinante è che queste piattaforme,

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come DALL-E, sono integrate in grandi ecosistemi digitali.

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Pensa a OpenAI, che mette insieme ChatGPT,

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DALL-E e altri strumenti.

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È come avere una cassetta degli attrezzi digitale sempre a disposizione.

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E poi, c'è la questione della poesia: una volta ho chiesto a un'IA di

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scrivere una poesia ispirata a Italo Calvino.

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Il risultato?

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Beh, diciamo che Calvino non si sarebbe offeso...

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ma forse avrebbe sorriso sotto i baffi.

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Sì,

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e qui si vede bene la differenza tra imitazione e creazione autentica.

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L'IA può generare testi che suonano bene,

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ma manca sempre quel qualcosa che rende unica la voce di un autore.

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È come se la macchina fosse bravissima a giocare con le parole,

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ma non sapesse davvero cosa sta dicendo.

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A proposito di creazione,

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non possiamo non citare il caso di Jason M.

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Allen e la sua opera "Théâtre d'opéra spatial",

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che ha vinto la Colorado State Fair dopo più di 80 ore di editing con

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Midjourney e altri software.

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Qui si è scatenata una vera e propria polemica sull'autenticità dell'arte

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generata da IA.

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Sì, Sandra, e la cosa interessante è che perfino Wikipedia

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attribuisce l'opera a "Midjourney,

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using a prompt by Jason M.

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Allen".

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Questo ci fa riflettere su cosa significhi davvero "creare" nell'epoca

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delle macchine.

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L'artista è chi scrive il prompt,

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chi seleziona le immagini, o la macchina stessa?

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Forse, come dicevamo in una puntata precedente,

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la creatività è sempre stata un processo collettivo,

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solo che ora il collettivo include anche le macchine.

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E poi,

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non dimentichiamo che queste immagini sono diventate virali: dal Papa

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col piumino bianco alle copertine di magazine.

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Ma la domanda resta: possiamo parlare di arte autentica o siamo di fronte

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a una nuova forma di artigianato digitale?

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Tutto questo è possibile grazie

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ai Transformer, introdotti da Google Brain nel 2017.

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Il loro segreto?

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I meccanismi di attenzione.

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In pratica, l'IA "decide" a cosa dare più peso quando elabora un testo

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o un'immagine.

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È come se, leggendo una storia,

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si concentrasse solo sui passaggi più importanti per rispondere meglio.

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E

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infatti, se chiedi a ChatGPT di generare una storia personalizzata per

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uno studente, il sistema seleziona le informazioni più rilevanti dal prompt

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e costruisce una narrazione su misura.

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È un po' come avere un insegnante che ti conosce benissimo...

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solo che, beh, non ti conosce affatto,

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ma sa come suonare convincente!

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E qui torniamo al tema dell'illusione:

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l'IA sembra capire, ma in realtà sta solo ottimizzando la coerenza statistica.

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È bravissima a "predire" la parola successiva,

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ma non ha alcuna idea del significato profondo di quello che scrive.

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È una differenza sottile, ma fondamentale.

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A proposito di narrazione,

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non possiamo non citare Italo Calvino.

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Già nel 1967, nella sua conferenza "Cibernetica e fantasmi",

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Calvino vedeva la narrativa come un sistema di elaborazione dati,

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dove la creatività poteva essere analizzata e forse replicata da sistemi

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preordinati.

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Insomma, la letteratura come combinazione matematica di elementi.

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Sì,

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e questa visione è molto attuale.

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Io, per esempio, ho proposto ai miei studenti di analizzare racconti

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generati da IA.

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È stato interessante vedere come riconoscessero schemi e ripetizioni,

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ma anche come si interrogassero su cosa rende davvero "viva" una storia.

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Calvino parlava di "macchina scrivente",

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e oggi questa macchina esiste davvero,

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anche se non ha ancora l'anima di un autore.

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Eppure,

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la domanda resta: possiamo davvero ridurre la creatività a una questione

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di combinazioni e schemi?

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O c'è sempre qualcosa che sfugge,

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un fantasma che si aggira tra le righe?

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E qui entra in gioco Claude Shannon,

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che già nel 1951 parlava di entropia nei dati e di prevedibilità del

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linguaggio.

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L'idea era che, conoscendo il contesto,

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si potesse prevedere la lettera o la parola successiva in un testo.

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Un po' come fanno oggi le IA, solo che Shannon lo faceva con la moglie

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e un libro di Raymond Chandler!

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Sì,

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e se ci pensi, Sandra, oggi i titoli dei giornali generati da IA sono

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talmente prevedibili che potremmo quasi giocarci la colazione.

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"Scoperta rivoluzionaria nell'IA",

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"Nuovo algoritmo cambia tutto"...

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insomma, l'entropia è bassa, la sorpresa pure!

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Ma questa prevedibilità

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è anche il limite delle IA: sono bravissime a imitare,

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a riprodurre schemi, ma fanno fatica a sorprendere davvero.

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E forse è proprio qui che si nasconde la differenza tra creatività umana

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e artificiale.

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Ma allora, le IA possono davvero "creare" poesia e narrativa?

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O si limitano a imitare quello che hanno visto e letto?

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La differenza tra imitazione e creatività autentica è sottile,

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ma decisiva.

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L'IA è uno specchio della nostra creatività,

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ma non ne è ancora la fonte.

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Sono d'accordo,

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Stefano.

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E aggiungo che, come abbiamo visto anche in altri episodi,

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la creatività umana è fatta di errori,

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intuizioni, casualità.

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L'IA può imitare tutto questo,

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ma manca sempre quel guizzo, quella scintilla che rende unica una poesia

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o una storia.

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Eppure, c'è chi sostiene che la vera autenticità sia sempre

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stata un'illusione.

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Forse, come diceva Calvino, attorno alla macchina scrivente esistono

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i fantasmi nascosti dell'individuo e della società.

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E l'IA, in fondo, non fa che rifletterli.

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E qui arriviamo al tema delle

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"allucinazioni" nei modelli generativi.

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Ormai è diventato un termine di moda: le IA "allucinano" quando producono

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risposte plausibili ma false.

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Ma, come dice Yann LeCun, forse sarebbe meglio parlare di "confabulazioni".Sì,

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e ti dirò, Sandra, che in una mia lezione universitaria ho chiesto a

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un'IA di spiegare un concetto filosofico.

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La risposta era perfetta dal punto di vista sintattico,

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ma completamente inventata!

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Era una confabulazione, non un'allucinazione.

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L'IA non mente, semplicemente "riempie i buchi" con quello che trova

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più coerente.

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E questo ci ricorda che le IA sono,

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in fondo, delle "dream machines",

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come dice Karpathy.

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Sognano a occhi aperti, guidate dai nostri prompt.

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Il problema non è tanto l'errore,

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ma la nostra aspettativa che non sbaglino mai.

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Forse dovremmo imparare a convivere con queste confabulazioni,

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invece di aspettarci la perfezione.

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E così arriviamo alla scena finale:

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l'autenticità nell'era digitale,

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tra illusioni e manipolazioni.

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Oggi si parla di watermarking,

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di tracciabilità, di responsabilità delle creazioni IA.

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Ma, se ci pensiamo, anche la musica e l'arte sono sempre state interpretazioni,

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manipolazioni, molto prima dell'arrivo dell'IA.

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Esatto,

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Mario.

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L'idea di autenticità è, in fondo,

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un fantasma ideologico.

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Ogni fotografia, ogni opera d'arte è sempre stata il risultato di scelte,

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manipolazioni, filtri.

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L'IA non fa che rendere più evidente questa realtà.

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La vera sfida, oggi, è etica: come garantire la tracciabilità,

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la responsabilità, senza cadere nella paranoia della distinzione tra

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"umano" e "artificiale"?E forse,

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come abbiamo detto più volte, la soluzione non è cercare l'autenticità

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assoluta, ma imparare a convivere con i fantasmi che abitano le nostre

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tecnologie.

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E con questo, siamo davvero arrivati alla fine del nostro viaggio.

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Ma, tranquilli, i fantasmi dell'IA non smetteranno certo di farci compagnia!

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Grazie a Stefano e Mario per aver condiviso pensieri,

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dubbi e qualche risata.

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E grazie a chi ci ha ascoltato fino a qui.

00:12:41
Grazie a te,

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Sandra, e a Mario.

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È stato un viaggio pieno di spettri,

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ma anche di idee.

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Alla prossima, chissà dove ci porteranno i prossimi fantasmi digitali.

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Un

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saluto a tutti, e ricordate: la realtà è sempre un po' più strana di quanto

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sembri, soprattutto quando c'è di mezzo l'intelligenza artificiale.

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Ciao Sandra, ciao Stefano!

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Ciao a tutti,

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e...

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restate curiosi!

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