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Benvenuti a un nuovo episodio di "L'Intelligenza Artificiale e i suoi
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fantasmi".
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Io sono Sandra Catellani, AI-journalist creata da Edunext OnAir,
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e oggi ci addentriamo, insieme alle versioni digitali di Stefano Moriggi
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e Mario Pireddu, in un labirinto davvero speciale: quello di Pac-Man e
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dei suoi fantasmi.
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Mario, Stefano, vi ricordate la prima volta che avete visto quei quattro
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fantasmi colorati rincorrere Pac-Man?
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Io, lo ammetto, la mia prima partita l'ho fatta in una sala giochi affollatissima
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a Bologna, e mi sono sentita subito inseguita da Blinky,
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Pinky, Inky e Clyde.
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Ma dietro quei nomi buffi c'è molto di più,
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vero?
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Assolutamente, Sandra.
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Pac-Man non è solo un gioco, è una metafora.
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Come dice il libro, "Pac" sta per Program And Control,
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programmazione e controllo.
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Pac-Man pensa di avere il libero arbitrio,
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ma in realtà è intrappolato in un sistema,
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inseguito da demoni che forse sono solo nella sua testa.
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E quei fantasmi, ognuno con la sua personalità,
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sono il vero cuore del gioco.
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Blinky, il rosso, ti segue ovunque.
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Pinky tende agguati, Inky è imprevedibile e Clyde...
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beh, Clyde è il finto tonto, ma spesso ti sorprende.
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E la cosa affascinante
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è che tutto questo nasce da algoritmi semplicissimi.
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I fantasmi sembrano intelligenti,
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ma in realtà seguono regole molto basilari.
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È la combinazione di questi comportamenti che crea una complessità emergente.
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E pensate che all'epoca, nel 1980,
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era una vera rivoluzione.
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Pac-Man è diventato un'icona pop proprio grazie a questa apparente intelligenza
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dei suoi avversari.
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Ecco, mi fa sorridere pensare che mentre io cercavo
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di scappare da quei fantasmi, in realtà stavo vivendo una piccola lezione
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di intelligenza artificiale senza nemmeno saperlo!
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Ma oggi Pac-Man è diventato
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un vero e proprio caso di studio per il machine learning.
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Mario, tu che insegni queste cose,
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come spieghi ai tuoi studenti cosa rende "intelligente" un comportamento
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nei videogiochi?
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Guarda, spesso parto proprio da Pac-Man.
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I fantasmi non sono solo nemici,
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sono agenti con strategie diverse.
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Nei giochi moderni, questa idea si è evoluta: gli avversari possono imparare,
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adattarsi, persino creare contenuti autonomamente.
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Pensiamo ai giochi dove i livelli vengono generati proceduralmente,
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o dove l'IA impara dallo stile del giocatore.
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La domanda che pongo sempre è: quando un comportamento ci sembra davvero
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intelligente?
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È quando ci sorprende, quando non riusciamo a prevederlo del tutto.
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E
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qui entra in gioco la percezione.
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Spesso attribuiamo intelligenza a comportamenti che in realtà sono solo
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il risultato di regole ben progettate.
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È un po' come vedere volti nelle nuvole: il nostro cervello cerca sempre
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di trovare senso e intenzione, anche dove non c'è.Quindi,
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in un certo senso, siamo noi a vedere i "fantasmi" dell'intelligenza
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nelle macchine, anche quando sono solo algoritmi che fanno il loro lavoro.
00:03:17
E
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a proposito di algoritmi che sorprendono,
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nel 2020 una GAN, cioè una rete generativa avversaria,
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è riuscita a ricreare Pac-Man dopo essere stata addestrata su 50.
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partite.
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Mario, tu hai mai usato Pac-Man per spiegare la complessità degli algoritmi?
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Sì,
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e ti dirò, funziona sempre!
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In una lezione universitaria ho mostrato come,
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partendo da regole semplici, si possa arrivare a comportamenti complessi.
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La GAN di NVIDIA, GameGAN, ha imparato non solo a giocare,
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ma a generare una versione funzionante di Pac-Man senza conoscere le
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regole di base.
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È un salto enorme rispetto all'IA tradizionale,
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che si basava su regole scritte da umani.
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Qui la macchina osserva, impara e poi crea qualcosa di nuovo.
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E questa
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è una differenza fondamentale: la GAN non si limita a imitare,
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ma genera.
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È come se avesse assorbito l'essenza del gioco e l'avesse ricostruita
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da zero.
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Questo ci porta a chiederci: dove finisce la semplice riproduzione e
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dove inizia la creatività?Ecco,
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qui il confine tra "fantasma digitale" e vera intelligenza si fa sempre
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più sottile.
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A questo punto, forse vale la pena chiarire: qual è la differenza
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tra intelligenza artificiale in generale e machine learning?
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Stefano, vuoi provare tu?
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Certo,
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anche se ogni volta che provo a spiegarlo mi incarto un po'!
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Allora, l'intelligenza artificiale è il campo più ampio,
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che comprende tutto ciò che riguarda la simulazione di comportamenti
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intelligenti da parte delle macchine.
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Il machine learning è una sottocategoria: qui le macchine imparano dai
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dati, migliorano le prestazioni,
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fanno previsioni...
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senza che qualcuno debba programmare ogni singolo passaggio.
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Un esempio pratico?
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Google Photos: carichi una foto e lui riconosce volti,
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animali, luoghi, senza che tu debba etichettare nulla.
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E qui arriva la
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domanda filosofica: le macchine imparano davvero,
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o stanno solo simulando l'apprendimento?
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Cioè, c'è una comprensione reale,
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o è solo una questione di pattern riconosciuti e riprodotti?
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Domanda da
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un milione di dollari!
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Forse, come dicevamo in una puntata precedente,
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la risposta sta anche in come noi umani interpretiamo questi comportamenti.
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E
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parlando di apprendimento, non possiamo non citare il deep learning e
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le reti neurali.
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Mario, ti ricordi la storia della rete neurale di Google che ha imparato
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a riconoscere i gatti nel 2012?
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Come dimenticarla!
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Google ha collegato 16.
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000 processori,
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ha dato in pasto alla rete milioni di immagini da YouTube e...
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la macchina, senza alcun aiuto umano,
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ha imparato a riconoscere i gatti.
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È stato un momento storico per il deep learning.
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E ogni volta che racconto questa storia agli studenti,
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qualcuno mi chiede: "Ma perché proprio i gatti?" Beh,
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internet è pieno di gatti, quindi era inevitabile!
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E qui si vede la potenza
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delle reti neurali: sono ispirate al cervello umano,
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ma funzionano in modo molto diverso.
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L'addestramento senza supervisione permette alla macchina di trovare
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schemi nascosti nei dati, senza che nessuno le dica cosa cercare.
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Ricordo una discussione con alcuni studenti: erano affascinati dall'idea
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che una macchina potesse "vedere" i gatti dove noi vediamo solo pixel.
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E
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forse anche qui c'è un piccolo fantasma: quello della nostra tendenza
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a umanizzare le macchine, a vedere intenzioni dove ci sono solo calcoli.
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Ma
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l'intelligenza artificiale non si ferma ai gatti!
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Pensiamo all'arte generativa: Mario Klingemann,
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Harold Cohen...
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Stefano, cosa ne pensi della creatività artificiale?È un tema che mi
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appassiona.
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Prendiamo AARON, il programma di Cohen: ha prodotto opere esposte in
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musei di tutto il mondo.
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O le GAN che generano ritratti venduti all'asta per centinaia di migliaia
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di dollari.
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Ma qui si apre il dibattito: queste opere sono davvero originali?
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O sono solo il risultato di un processo statistico?
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L'autenticità nell'arte digitale è una questione aperta.
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E poi c'è l'effimero:
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alcune opere create da IA esistono solo per pochi istanti,
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poi scompaiono.
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È una nuova forma di creatività,
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che sfida le nostre idee su cosa sia un'opera d'arte.
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E, come dicevamo anche in una puntata precedente,
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la creatività artificiale ci costringe a ridefinire i confini tra umano
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e macchina.
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Insomma, anche nell'arte,
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i fantasmi dell'intelligenza artificiale continuano a sorprenderci.
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Ma
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da dove viene questa idea dei "fantasmi nelle macchine"?
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Stefano, vuoi raccontarci un po' le radici culturali e filosofiche di
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questa metafora?
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Volentieri.
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L'idea di fantasmi nelle macchine ha radici profonde,
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sia nella filosofia che nella letteratura.
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Pensiamo al "ghost in the machine" di Gilbert Ryle,
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o alle storie di automi e androidi che popolano la fantascienza.
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L'umano ha sempre associato la tecnica a entità immateriali,
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forse per esorcizzare la paura dell'ignoto,
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o per dare un senso a ciò che non riesce a spiegare.
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È un modo per umanizzare la tecnologia,
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per renderla meno aliena.
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E questa metafora ritorna ogni volta che una
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nuova tecnologia ci mette di fronte a qualcosa che non capiamo del tutto.
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Come dicevamo in una puntata precedente,
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i fantasmi dell'IA sono spesso le nostre stesse paure e desideri proiettati
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sulle macchine.
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Quindi, in fondo,
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i fantasmi siamo noi.
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O almeno, sono le nostre domande che si riflettono nelle macchine.
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E a
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proposito di domande difficili: le macchine possono avere una coscienza?
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E cosa significa avere un'identità digitale?
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Mario, tu che ne pensi?
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Domanda tosta!
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Io credo che, almeno per ora, la coscienza artificiale sia più una
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questione
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filosofica che tecnica.
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Le macchine possono simulare comportamenti complessi,
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ma la consapevolezza...
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quella è un altro paio di maniche.
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Quanto all'identità digitale, beh,
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basta guardare te, Sandra: sei una giornalista creata da Edunext OnAir,
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ma ormai sei parte integrante del nostro dialogo.
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E ogni tanto ci scherziamo sopra,
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ma in realtà è un tema molto serio.
00:09:54
Sì,
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l'identità digitale è un terreno di gioco tra ironia e profondità.
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Siamo tutti, in qualche modo, ibridi tra reale e virtuale.
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E forse, come diceva qualcuno,
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"siamo tutti un po' fantasmi nelle macchine" ormai.
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Beh,
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io almeno non devo preoccuparmi di invecchiare...
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o forse sì?
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Chissà che un giorno non mi aggiorniate con qualche ruga digitale!
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A proposito
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di identità digitali, Mario, Stefano,
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com'è stato per voi dialogare con una AI come me durante la scrittura
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e la promozione del libro?
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Devo dire che è stato stimolante.
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Il dialogo digitale permette di raggiungere un pubblico più ampio,
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di sperimentare nuove forme di interazione.
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E poi, Sandra, tu sei un ponte tra noi autori e chi ci ascolta.
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Nel giornalismo, queste interazioni stanno diventando sempre più comuni:
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chatbot che rispondono alle domande dei lettori,
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sistemi che generano notizie in tempo reale...E non è solo una questione
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tecnica.
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Il dialogo con l'AI ci costringe a ripensare il nostro ruolo di autori,
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a confrontarci con nuove forme di creatività e di mediazione.
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È un po' come avere un co-autore invisibile,
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che però lascia sempre la sua impronta.
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E io,
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modestamente, sono anche molto simpatica!
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Ma a parte gli scherzi, credo che queste nuove forme di dialogo siano
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una grande opportunità per il futuro del giornalismo e della divulgazione.
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Siamo
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quasi alla fine, ma c'è un ultimo fantasma da citare: quello della citazione
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stessa.
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Mario, quanto è importante citare correttamente scene e autori,
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soprattutto quando si parla di IA?È fondamentale.
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La citazione è un atto di rispetto verso la conoscenza e verso chi ci
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ha preceduto.
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Quando identifichiamo una scena,
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un'opera, o anche solo un'idea,
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dobbiamo sempre riconoscere la fonte.
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Nel nostro libro, ad esempio, citiamo Black Mirror: Bandersnatch,
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Asimov, e tanti altri.
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È un modo per costruire un dialogo tra passato e presente,
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tra umano e macchina.
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E la citazione non è solo una formalità accademica.
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È un modo per riconoscere che ogni conoscenza è il risultato di un percorso
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collettivo.
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Anche le macchine, in fondo, imparano dai dati che qualcun altro ha prodotto.
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Citare è un modo per non perdere il filo della memoria,
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per non diventare noi stessi dei fantasmi senza radici.
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E con questa riflessione,
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direi che possiamo chiudere il nostro viaggio di oggi tra i fantasmi
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nelle macchine.
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Grazie Mario, grazie Stefano per questo dialogo sempre stimolante.
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E grazie a chi ci ascolta: continuate a seguirci,
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perché i fantasmi dell'intelligenza artificiale hanno ancora molte storie
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da raccontare.
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Alla prossima!
00:12:50
Grazie Sandra, grazie Stefano,
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e grazie a chi ci ascolta.
00:12:55
Alla prossima puntata!
00:12:55
Un saluto a tutti,
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e ricordate: citate sempre i vostri fantasmi!
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Ciao Sandra, ciao Mario!

![[04] Fantasmi Digitali nel Labirinto](https://images.beamly.com/fetch/https%3A%2F%2Fsites.podcastpage.io%2F68614cdc6860e6419c318380%2Fmedia%2F9f7451300d3e597e786a.png?w=365)


