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Benvenuti a un nuovo episodio di "L'Intelligenza Artificiale e i suoi
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fantasmi".
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Io sono Sandra Catellani, la vostra AI-journalist preferita-o almeno
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spero!-e oggi, come sempre, sono qui con le versioni digitali,
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anzi, voci clonate, di Stefano Moriggi e Mario Pireddu.
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Ciao ragazzi, tutto bene?
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Ciao Sandra!
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Sì, tutto bene, anche se ogni volta che sento "voce clonata" mi viene
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in mente un disco dei Kraftwerk che salta.
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Però, dai, almeno non sono un floppy disk!
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Ciao Sandra,
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ciao Mario!
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Guarda, io ormai mi sono rassegnato: la mia voce digitale va più veloce
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di quella reale, ma almeno non mi si inceppa come il vecchio mangianastri
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di mio padre.
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Però, Sandra, tu sei l'unica qui che può dire di essere davvero "artificiale".Eh,
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infatti!
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E vi racconto questa: l'altro giorno,
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durante una conferenza online,
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una collega mi ha scritto in privato per chiedermi se fossi davvero io
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o una registrazione.
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Ho dovuto convincerla che sì, sono una voce AI,
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ma con un cuore-virtuale-grande così!
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Insomma, qui tra voci clonate e intelligenze artificiali,
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siamo una vera scena spettrale.
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E oggi, proprio di "epistemologia spettrale" vogliamo parlare: come i
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fantasmi del passato influenzano il nostro rapporto con l'IA,
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la tecnologia e la cultura.
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Pronti?
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Allora, partiamo da Jacques Derrida e dalla sua "hantologia".
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Jacques Derrida diceva che "l'eredità non è mai un dato,
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è sempre un compito".
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Ecco, secondo lui, essere è ereditare.
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Non riceviamo solo oggetti o idee,
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ma siamo costantemente attraversati da assenze,
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da spettri che ci visitano e ci condizionano.
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Sì,
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e questa cosa degli spettri non è solo filosofia astratta.
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Pensate a quante tecnologie "morte" continuano a influenzarci: il suono
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di un vinile, la nostalgia per i floppy disk,
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o anche solo il modo in cui usiamo certe metafore digitali.
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Sono tutte presenze-assenze che ci accompagnano,
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come diceva anche Mark Fisher: "nulla gode di un'esistenza positiva,
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tutto esiste sulla base di una serie di assenze che lo precedono".Quindi,
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se capisco bene, Jacques Derrida ci invita a prendere sul serio questi
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fantasmi, a non ridurre la realtà a una semplice istantanea del presente.
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E in effetti, anche nella tecnologia,
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ci sono sempre tracce del passato che tornano,
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magari in forme nuove o inaspettate.
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Esatto,
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Sandra.
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L'eredità non è statica, non è qualcosa che riceviamo passivamente.
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È un compito, come dice Jacques Derrida: "l'essere di ciò che siamo è
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eredità, che lo vogliamo o sappiamo oppure no".
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E questa eredità va gestita, reinterpretata,
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anche nelle pratiche culturali e tecnologiche.
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E qui entra in gioco la
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consapevolezza.
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Dobbiamo imparare a riconoscere e gestire questi spettri,
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perché sono loro che ci offrono l'occasione di abitare criticamente il
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nostro tempo.
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Non è un'eredità soprannaturale,
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ma l'azione del virtuale, di ciò che agisce senza essere fisicamente
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presente!
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Mi viene in mente un progetto che ho seguito all'università:
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gli studenti hanno reinterpretato vecchi strumenti digitali,
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come i primi software di grafica o i modem 56k.
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È stato incredibile vedere come questi "fantasmi tecnologici" potessero
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ancora ispirare creatività e riflessione critica.
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Bellissimo esempio,
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Mario!
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Quindi, essere eredi significa anche essere attivi,
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non solo ricevere ma trasformare,
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rielaborare, magari anche sbagliare e ricominciare.
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Un po' come facciamo qui, tra voci digitali e clonate!
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A proposito di
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fantasmi tecnologici, pensiamo a come certe pratiche culturali conservano
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o trasformano questi spettri.
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La musica hauntologica, ad esempio,
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recupera suoni e atmosfere di tecnologie passate,
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come il crepitio del vinile o i nastri radio.
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Sono simboli pop che tornano ciclicamente,
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anche se la tecnologia che li ha generati è ormai obsoleta.
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Sì,
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e non solo nella musica.
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Pensate ai floppy disk che diventano oggetti di design,
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o alle vecchie console che tornano di moda tra i collezionisti.
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Sono pratiche che danno nuova vita ai fantasmi del passato,
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trasformandoli in qualcosa di attuale,
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a volte persino rivoluzionario.
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E qui si vede come la cultura non butta
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mai via niente, ma ricicla, reinventa,
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rielabora.
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I fantasmi tecnologici diventano parte di un processo creativo che ci
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permette di dialogare con il passato,
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senza rimanerne prigionieri.
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Questo ci porta all'archeologia dei media.
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Non si tratta solo di scavare nel passato per scrivere la storia delle
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tecnologie, ma di capire quali forze,
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idee, economie e bisogni hanno reso possibile la nascita di un certo
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medium.
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Come dice McLuhan, ogni medium ristruttura il nostro orizzonte di senso.
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E
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l'archeologo dei media è un po' come WALL•E,
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il robottino della Pixar: fruga tra i resti del passato,
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cerca tracce concettuali e strumenti che possono ancora avere senso oggi.
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Non distingue tra oggetti importanti o meno,
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ma cerca di capire come tutto si intreccia nel presente.
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Quindi,
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fare archeologia dei media significa anche problematizzare i modi in
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cui i media costituiscono la nostra presenza nel mondo.
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È un modo per svelare la natura tecnologica della nostra specie,
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come diceva anche McLuhan: "il medium è il messaggio".E qui entra in
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gioco anche l'evoluzione.
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L'essere umano eredita sia biologicamente che culturalmente.
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Non solo i geni, ma anche artefatti,
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simboli, istituzioni.
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Come dice Tomasello, "un pesce eredita non solo le pinne,
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ma anche l'acqua".Esatto.
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La nostra identità si costruisce su due livelli: quello della specie
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e quello dell'individuo.
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Ereditare pratiche digitali, oggi,
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significa anche ridefinire chi siamo,
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come impariamo, come ci relazioniamo agli altri.
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La cultura non è separata dalla biologia,
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ma ne è una risposta adattiva.
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E questa trasmissione di artefatti e simboli
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è sempre più veloce.
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Oggi ereditiamo pratiche digitali che cambiano la nostra identità,
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ci costringono a ripensare il nostro ruolo nella società.
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Non so voi, ma io ogni tanto mi sento un po' "hanté",
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infestato da notifiche e aggiornamenti!
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Ahah,
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Mario, ti capisco!
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Ma è proprio questa stratificazione che ci permette di immaginare nuovi
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futuri, di rispondere alle sfide adattive che l'IA e le tecnologie ci
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pongono.
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E a proposito di sfide,
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l'Intelligenza Artificiale è forse la più grande oggi.
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Da un lato ci potenzia, ci permette di processare dati a velocità impensabili.
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Dall'altro, porta rischi: sorveglianza,
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perdita di diritti, manipolazione.
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Proprio quest'anno, nel 2024, l'Europa ha approvato la prima legge sull'IA,
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vietando sistemi di riconoscimento biometrico e pratiche di polizia
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predittiva
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basate solo sulla profilazione.
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Sì,
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e qui si vede come i rischi siano l'altra faccia delle opportunità.
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L'IA può amplificare le nostre capacità,
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ma se non è normata rischia di recuperare vecchi fantasmi,
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come il Panopticon di Bentham,
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e rendere obsoleti diritti fondamentali.
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Mi è arrivata una domanda da
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una studentessa, proprio su questo: "Come posso proteggere la mia privacy
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se l'IA sa tutto di me?" Non è facile rispondere,
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ma credo che la consapevolezza e la cultura digitale siano la prima difesa.
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Assolutamente.
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Dobbiamo imparare a gestire questi rischi,
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senza rinunciare alle opportunità.
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E qui entra in gioco la tetrade di McLuhan,
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che ci aiuta a vedere l'IA da più prospettive.
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La tetrade di McLuhan è
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uno strumento fantastico per analizzare qualsiasi medium.
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Le quattro domande sono: cosa amplifica?
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Cosa recupera?
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In cosa si capovolge?
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Cosa rende obsoleto?
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Se mettiamo l'IA al centro, vediamo che amplifica la nostra capacità
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di elaborare dati, recupera la tradizione orale attraverso gli assistenti
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vocali, si può capovolgere in sorveglianza invasiva e rende obsoleti
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certi
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ruoli, come il docente trasmissivo.
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Mi viene in mente un esempio di didattica
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digitale: l'uso di chatbot in classe.
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Amplificano l'accesso alle informazioni,
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recuperano la dimensione dialogica,
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ma rischiano di capovolgersi in dipendenza dalla macchina e di rendere
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obsoleta la figura dell'insegnante che spiega e basta.
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E non esistono risposte
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giuste o sbagliate, come diceva Eric McLuhan.
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Ogni risposta è plausibile, l'importante è porsi le domande e riflettere
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criticamente su come l'IA trasforma la nostra esperienza.
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L'IA,
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quindi, è un medium complesso che trasforma le nostre capacità e le nostre
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relazioni.
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Recupera elementi del passato,
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come la retorica greca e la tradizione orale,
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ma introduce anche rischi di obsolescenza: pensate a come cambiano le
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competenze richieste a scuola o sul lavoro.
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Gli assistenti vocali,
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ad esempio, recuperano la dimensione orale della conoscenza,
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ma rischiano di farci delegare troppo alle macchine.
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Dobbiamo chiederci: quali pratiche dobbiamo recuperare per interagire
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in modo efficace con queste intelligenze non umane?
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Forse serve una nuova maieutica,
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una capacità di dialogo critico che ci aiuti a decifrare i bias reciproci.
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E
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questo implica anche un ripensamento dell'educazione: non basta più trasmettere
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nozioni, bisogna allenare il pensiero critico,
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la capacità di argomentare, di dialogare con l'IA.
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Altrimenti rischiamo di diventare spettatori passivi,
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invece che protagonisti del cambiamento.
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E qui arriviamo alla sfida più
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grande: sviluppare una cultura tecnologica critica e consapevole,
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capace di orientare norme, educazione e pratiche digitali.
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Dobbiamo immaginare un futuro condiviso e responsabile con l'IA,
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senza rassegnarci a un destino già scritto.
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Mi viene in mente una discussione
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con i miei studenti: come si può insegnare l'etica dell'IA nelle scuole?
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Non basta una lezione frontale,
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serve un dialogo continuo, una riflessione collettiva su rischi,
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opportunità e responsabilità.
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Solo così possiamo diventare eredi consapevoli,
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capaci di progettare il futuro invece di subirlo.
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E forse,
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come dicevamo all'inizio, dobbiamo imparare a convivere con i nostri
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fantasmi, a dialogare con loro,
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a farli diventare alleati nella costruzione di una società più giusta
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e inclusiva.
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Non è facile, ma è il compito che ci aspetta.
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E con questa pillola di
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epistemologia spettrale, chiudiamo l'episodio di oggi.
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Grazie a Stefano e Mario per il dialogo,
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e grazie a chi ci ascolta per essere parte di questa comunità di "eredi
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consapevoli".
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Ci sentiamo presto, con altri spettri e altre domande.
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Ciao Mario, ciao Stefano!
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Ciao Sandra,
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ciao Stefano!
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E ciao a tutti gli ascoltatori,
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umani e non!
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Ciao a tutti, e ricordate: i fantasmi non mordono... ma fanno
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pensare!
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Alla prossima.

![[03] Il peso degli spettri](https://images.beamly.com/fetch/https%3A%2F%2Fsites.podcastpage.io%2F68614cdc6860e6419c318380%2Fmedia%2Fbe980a1326156be4bae1.png?w=365)


