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Bentornati a "L'Educatore Digitale in Sanità"!
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Io sono Marco Rossi, e con me c'è come sempre Elena Ferri.
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Oggi ci addentriamo in un tema che,
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secondo me, è centrale in tutto il libro della professoressa Claudia
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Bellini: come la formazione sanitaria sta cambiando grazie al digitale.
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Elena, ti ricordi quando, qualche episodio fa,
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parlavamo di quanto sia diventato fondamentale ripensare i modelli educativi
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per stare al passo con le tecnologie?
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Assolutamente,
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Marco.
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E mi viene subito in mente una frase che abbiamo citato spesso: "se le
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tecnologie stanno modificando i paradigmi delle industrie,
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allora anche le università devono modificare i paradigmi della formazione".
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È proprio quello che Bellini sottolinea nel suo libro.
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Oggi la formazione continua in sanità non può più essere solo un aggiornamento
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periodico, ma deve diventare un processo dinamico,
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integrato con le tecnologie e con le esigenze del mercato digitale del
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lavoro.
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Sì, e la sfida, secondo me,
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è duplice: da una parte c'è la necessità di formare professionisti che
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abbiano competenze sempre più specifiche e aggiornate,
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dall'altra c'è il rischio di lasciare indietro chi non riesce ad adattarsi.
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Ecco, Elena, quali pensi siano le principali difficoltà nell'adattare
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la formazione sanitaria al digitale?
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Guarda,
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la prima che mi viene in mente è la resistenza al cambiamento.
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Non tutti i professionisti sanitari sono pronti a rivedere le proprie
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abitudini formative.
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Poi c'è la questione delle competenze digitali: non basta saper usare
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un computer, serve una vera e propria alfabetizzazione digitale,
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anche per chi progetta la formazione.
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E infine, c'è il tema della qualità: come garantire che i nuovi ambienti
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di apprendimento siano davvero efficaci e non solo "moderni"?Già,
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e qui entra in gioco la progettazione di ambienti e linguaggi che siano
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davvero in linea con l'evoluzione del lavoro.
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Non è solo una questione di piattaforme,
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ma di ripensare tutto il processo educativo.
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E, come abbiamo visto anche negli episodi precedenti,
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serve un approccio multidisciplinare,
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dove la tecnologia non è mai fine a sé stessa.
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E proprio per rispondere
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a queste sfide, Marco, l'Università di Modena e Reggio Emilia ha lanciato
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un corso di laurea in Digital Education,
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che la Bellini descrive come un esempio concreto di come l'università
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possa agganciare le richieste del mercato.
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È un corso unico in Italia, articolato in tre indirizzi: Digital Instructional
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Designer, Educatore nei contesti digitali,
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ed Educatore Digitale nei contesti socio-sanitari.
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Questa cosa mi ha colpito
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tantissimo.
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Cioè, finalmente si riconosce che servono figure con competenze trasversali,
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che sappiano muoversi tra tecnologia,
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pedagogia e, nel caso dell'indirizzo socio-sanitario,
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anche tra le specificità del mondo della salute.
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Elena, tu hai avuto modo di collaborare con qualche università su questi
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temi, vero?
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Sì, qualche anno fa ho lavorato con un ateneo che voleva digitalizzare
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un percorso formativo tradizionale per operatori sanitari.
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All'inizio c'era molta diffidenza: "ma funzionerà davvero online?",
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"non si perde la relazione?".
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In realtà, lavorando insieme, abbiamo scoperto che la chiave era proprio
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la progettazione: non basta trasportare i contenuti su una piattaforma,
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bisogna ripensarli, renderli interattivi,
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coinvolgenti.
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E qui la figura dell'educatore digitale diventa fondamentale,
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perché fa da ponte tra i bisogni dei docenti,
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le esigenze degli studenti e le potenzialità della tecnologia.
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Ecco,
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questa cosa del "ponte" mi piace.
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Perché spesso si pensa che basti digitalizzare per innovare,
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ma in realtà serve qualcuno che sappia tradurre,
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mediare, adattare.
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E il fatto che il corso di laurea abbia tre indirizzi diversi lo dimostra:
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non esiste una sola strada per diventare educatore digitale,
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ma tante specializzazioni che rispondono a bisogni diversi.
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Entriamo nel
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vivo: chi è davvero l'Educatore Digitale nei contesti socio-sanitari?
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Secondo il libro di Claudia Bellini,
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è una figura unica in Italia, con competenze che vanno dalla tecnologia
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all'instructional design, fino alla cultura medico-sanitaria.
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Ma, attenzione, non va confuso con le professioni sanitarie tradizionali,
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almeno secondo la normativa italiana.
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Esatto,
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Marco.
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La legge del 2017 ha finalmente riconosciuto e distinto le professioni
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educative da quelle sanitarie.
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L'educatore digitale nei contesti socio-sanitari non è un operatore
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sanitario,
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ma un professionista che si occupa degli aspetti socio-educativi,
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con una formazione che integra competenze tecniche,
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pedagogiche e una buona conoscenza del contesto sanitario.
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È una figura che lavora spesso in "zona di confine",
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collaborando con medici, infermieri,
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psicologi, ma mantenendo un'identità propria.
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E qui mi viene da chiederti,
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Elena: come si integra questa figura nei team multidisciplinari della
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sanità?
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Perché, almeno per la mia esperienza,
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non è sempre facile far dialogare mondi diversi...Hai ragione,
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non è semplice.
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Però, come emerge anche dal libro,
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l'educatore digitale porta un valore aggiunto proprio perché sa mediare
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tra linguaggi diversi.
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Ad esempio, può aiutare a tradurre le esigenze formative dei sanitari
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in percorsi digitali efficaci, oppure facilitare la comunicazione tra
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chi progetta la formazione e chi la deve fruire.
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È un lavoro di ascolto, di analisi dei bisogni,
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ma anche di proposta: suggerire strategie,
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strumenti, modalità che magari il team sanitario non conosce o non ha
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mai sperimentato.
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E, se ci pensi,
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è un ruolo che richiede anche una certa umiltà: l'educatore digitale
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spesso si ferma un passo prima della decisione finale,
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supporta, consiglia, ma poi la responsabilità della formazione resta
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al formatore o al team sanitario.
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È una figura di supporto, ma con una forte competenza tecnica e progettuale.
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Parliamo
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un po' delle competenze chiave di questa figura.
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Nel libro di Bellini si parla di mediazione,
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progettazione formativa e comunicazione efficace.
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L'educatore digitale deve saper accogliere i formatori,
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analizzare i contesti, proporre strategie didattiche,
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co-costruire contenuti e garantire la qualità dei percorsi digitali.
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Non è poco!
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No, per niente!
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E ti dirò, mi è capitato di lavorare su un progetto dove dovevo tradurre
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dati complessi in strumenti digitali per la formazione di operatori sanitari.
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All'inizio pensavo: "Basta fare un bel report interattivo e il gioco
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è fatto".
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Invece, mi sono reso conto che serviva molto di più: bisognava capire
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come i destinatari avrebbero usato quei dati,
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quali erano le loro reali esigenze,
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e soprattutto come rendere tutto accessibile e coinvolgente.
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Ho dovuto lavorare a stretto contatto con formatori e sanitari,
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ascoltare, mediare, proporre soluzioni diverse.
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E, come dicevi tu prima, spesso la soluzione migliore non è quella più
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tecnologica, ma quella più adatta al contesto.
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Esatto,
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Marco.
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E aggiungo che la comunicazione è fondamentale: non solo quella digitale,
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ma anche quella interpersonale.
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L'educatore digitale deve saper parlare con tutti,
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dal medico al tecnico informatico,
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dal paziente al manager.
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E deve essere anche un po' ricercatore: interrogarsi su cosa funziona,
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sperimentare, valutare i risultati e migliorare continuamente.
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Sì,
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e questa cosa della ricerca continua mi piace molto.
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Perché, alla fine, la formazione digitale in sanità è un campo in continua
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evoluzione, dove non esistono soluzioni definitive ma solo buone pratiche
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da adattare e migliorare nel tempo.
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Arriviamo alle sfide e alle opportunità.
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Le tecnologie stanno cambiando non solo la formazione,
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ma anche la comunicazione tra medico e paziente,
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e le pratiche sanitarie stesse.
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Nel libro di Bellini ci sono diversi esempi di progetti innovativi: dalla
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creazione di corsi online interattivi alla trasformazione di eventi formativi
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tradizionali in percorsi digitali personalizzati.
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E qui,
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secondo me, la vera sfida è facilitare l'adozione di questi strumenti
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digitali.
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Non basta proporre una nuova piattaforma o un nuovo corso: bisogna accompagnare
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le persone, ascoltare le loro resistenze,
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offrire supporto continuo.
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Elena, quali strategie pensi possano essere utili per gli educatori digitali
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che vogliono davvero fare la differenza?
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Beh,
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la prima è sicuramente la co-progettazione: lavorare insieme ai
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destinatari,
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coinvolgerli fin dall'inizio, ascoltare i loro bisogni.
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Poi, la formazione continua: non smettere mai di aggiornarsi,
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sperimentare, valutare.
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E infine, la capacità di comunicare in modo chiaro e accessibile,
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sia con i colleghi che con i destinatari finali.
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Come abbiamo visto anche negli episodi precedenti,
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la collaborazione e la flessibilità sono le chiavi per superare le resistenze
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e promuovere l'innovazione.
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Sì, e aggiungerei anche la pazienza!
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Perché il cambiamento richiede tempo,
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e spesso bisogna fare piccoli passi,
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adattarsi, rivedere le strategie.
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Ma, come ci insegna il libro di Claudia Bellini,
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ogni piccolo progresso contribuisce a costruire una sanità più moderna,
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inclusiva e capace di rispondere alle sfide del futuro.
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Direi che possiamo
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fermarci qui per oggi, Marco.
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Abbiamo toccato tanti temi, ma sono sicura che ci saranno ancora molte
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occasioni per approfondire.
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Grazie a chi ci ha seguito, e grazie a te,
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Marco, per la chiacchierata!
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Grazie a te,
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Elena.
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E grazie a tutti gli ascoltatori.
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Continuate a seguirci su "L'Educatore Digitale in Sanità",
00:10:52
perché il viaggio è appena iniziato.
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Alla prossima!

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