[15] Robot e Didattica in Azione
Didattica delle New Literacies20 luglio 2025
6
00:10:30

[15] Robot e Didattica in Azione

Scopriamo come la robotica educativa, basata su solide teorie psicologiche e linee guida europee, possa trasformare le lezioni scolastiche. Attraverso esempi concreti e l’analisi delle nuove pratiche di aula, esploriamo mediazione, feedback e innovazione con i robot.
Scopriamo come la robotica educativa, basata su solide teorie psicologiche e linee guida europee, possa trasformare le lezioni scolastiche. Attraverso esempi concreti e l’analisi delle nuove pratiche di aula, esploriamo mediazione, feedback e innovazione con i robot.

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Ciao a tutti e bentornati a "Didattica delle New Literacies"!

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Io sono Sandra Catellani, e come sempre con me c'è Valentino Curreri.

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Oggi ci addentriamo nel capitolo 14 del libro curato da Pier Cesare Rivoltella

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e Chiara Panciroli, scritto da Martina Benvenuti.

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Il titolo?

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"Fare lezione con i robot: mediazione,

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feedback e gestione dell'aula".Ciao Sandra,

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ciao a tutti!

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Sì, oggi parliamo proprio di robot in classe,

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e non parliamo di noi due, anche se,

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diciamolo, siamo un po' robotici pure noi...

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Ma almeno siamo simpatici, no?

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Beh,

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almeno ci proviamo!

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E ricordiamo che questo dialogo è stato generato dall'Intelligenza Artificiale,

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ma solo usando i contenuti del capitolo.

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Quindi, niente fantascienza, solo scienza e didattica vera.

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Sai, Valentino, la prima volta che ho visto dei robot in una scuola è

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stato durante una mia inchiesta.

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Mi ricordo ancora la faccia stupita dei bambini davanti a Blue-Bot: sembrava

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avessero visto un alieno!

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Ma in realtà era solo l'inizio di una nuova avventura educativa.

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Ecco,

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questa è la magia della robotica educativa: trasforma la classe in un

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laboratorio di scoperta.

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Ma prima di parlare di attività pratiche,

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dobbiamo capire le basi teoriche che ci stanno dietro.

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Pronti a partire?

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Allora, partiamo da Vygotskij e dalla sua famosa zona

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di sviluppo prossimale.

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In pratica, ogni studente ha un potenziale che può emergere solo se c'è

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qualcuno - o qualcosa - che lo aiuta a superare i propri limiti.

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E qui entra in gioco la mediazione,

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che può essere fatta da un insegnante,

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da un compagno...

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o da un robot!

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Esatto, e la chiave è proprio l'interazione sociale.

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L'apprendimento non è mai un processo solitario: si cresce confrontandosi,

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collaborando, anche discutendo.

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E qui mi viene in mente il concetto di conflitto socio-cognitivo: quando

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due o più persone hanno idee diverse su come risolvere un problema,

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devono negoziare, trovare un compromesso.

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E da lì nasce il vero apprendimento.

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Guarda,

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mi viene in mente una lezione universitaria di qualche anno fa.

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Avevo proposto agli studenti un'attività di problem solving con un robot.

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All'inizio erano tutti convinti di avere la soluzione giusta,

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ma poi, quando hanno dovuto confrontarsi tra loro,

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sono emersi punti di vista completamente diversi.

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C'è stato un bel po' di caos, ma alla fine hanno trovato una soluzione

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insieme.

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E, secondo me, hanno imparato molto di più così che se avessi spiegato

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tutto io dall'inizio.

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Sì, e questa dinamica di confronto e negoziazione

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è proprio quello che serve per sviluppare competenze trasversali.

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E i robot, in questo, possono essere degli ottimi alleati.

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Ma come?

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Vediamolo subito.

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Allora, i robot in classe non sono solo dei giocattoli

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tecnologici: possono diventare partner di apprendimento,

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tutor, o strumenti di scaffolding.

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Cioè, aiutano gli studenti a fare quel "passetto in più" che da soli

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magari non riuscirebbero a fare.

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Sì,

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pensa a Blue-Bot o Dash: danno feedback immediati,

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ti dicono se la sequenza di comandi è corretta o se c'è da correggere

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qualcosa.

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E questo feedback è fondamentale per l'apprendimento,

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perché permette agli studenti di riflettere sui propri errori e

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migliorare.

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E

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poi, in certi contesti, il robot può anche affiancare o,

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in qualche caso, sostituire l'insegnante in attività molto strutturate.

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Ma, attenzione, non stiamo dicendo che il robot debba prendere il posto

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del docente!

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Piuttosto, può essere un supporto,

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uno strumento in più per personalizzare l'apprendimento e stimolare la

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creatività.Esatto, e la cosa interessante è che il robot può essere anche

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un "partner da istruire": gli studenti devono spiegargli cosa fare,

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e così facendo chiariscono a se stessi i passaggi del ragionamento.

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È un modo diverso di apprendere,

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molto più attivo e coinvolgente.

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E a proposito di coinvolgimento,

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c'è una metodologia che aiuta a strutturare queste attività in modo ancora

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più efficace.

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Parliamo del Change Laboratory?

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Sì,

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il Change Laboratory è una metodologia sviluppata dal CRADLE di Helsinki.

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L'idea è creare uno spazio di laboratorio dove,

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attraverso brainstorming, materiali specchio e strumenti tecnologici,

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si analizzano i problemi e si costruiscono nuove strategie insieme.

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E

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qui entra in gioco il concetto di Expansive Learning di Yrjö Engeström:

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quando il sistema scuola si trova davanti a una contraddizione che non

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può risolvere con le vecchie soluzioni,

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deve "espandere" il proprio modo di pensare e trovare nuove strade.

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È un po' come quando in classe si introduce una tecnologia nuova e bisogna

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ripensare tutto: ruoli, regole,

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obiettivi.

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C'è un esempio molto interessante di una scuola primaria che

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ha riprogettato le attività proprio usando il Change Laboratory.

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Hanno usato brainstorming su lavagne,

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materiali specchio come video e documenti,

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e hanno coinvolto tutti - insegnanti e studenti - in un processo di riflessione

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collettiva.

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Così sono riusciti a trovare soluzioni innovative a problemi che sembravano

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insormontabili.

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E tutto questo, ovviamente,

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si traduce in una didattica più attiva,

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dove il problem solving e la collaborazione sono al centro.

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Ma come si gestisce tutto questo in classe,

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soprattutto quando ci sono robot e tecnologie di mezzo?

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Gestire una classe

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con i robot non è proprio come gestire una classe tradizionale.

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Bisogna pensare a strategie nuove: ad esempio,

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lavorare a coppie o in piccoli gruppi,

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favorire la collaborazione e il problem solving condiviso.

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Sì,

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e il ruolo dell'insegnante cambia: diventa un progettista di ambienti

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di apprendimento, più che un semplice trasmettitore di conoscenze.

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Deve saper orchestrare le dinamiche di gruppo,

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lasciare spazio agli studenti per sperimentare,

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sbagliare, riflettere insieme.

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Un esempio concreto?

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Il laboratorio con Blue-Bot.

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I bambini devono programmare il robot per raggiungere un obiettivo,

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magari portare un oggetto nel contenitore giusto per la raccolta differenziata.

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Ma per farlo devono comunicare,

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mettersi d'accordo, risolvere conflitti di punti di vista.

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E spesso, chi all'inizio era più in difficoltà,

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grazie al lavoro di gruppo e al supporto del robot,

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riesce a migliorare tantissimo.

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Ecco,

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queste attività sviluppano non solo competenze tecniche,

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ma anche comunicative, collaborative e di negoziazione.

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E sono proprio queste le competenze che servono nel mondo di oggi,

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non solo a scuola.

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E a proposito di competenze,

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la robotica educativa è un ottimo strumento per allenare anche le cosiddette

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soft skills.

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Vediamo come.

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Con i robot si sviluppano pensiero critico,

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creatività, orientamento spaziale...

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tutte competenze che ritroviamo nelle linee guida DigComp 2.

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2 e DigCompEdu.

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E la cosa bella è che si imparano facendo,

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sperimentando, sbagliando e riprovando.

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Sì,

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e non dimentichiamo il coding: con robot come Ozobot,

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i bambini imparano a programmare usando i colori,

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a definire sequenze di azioni,

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a risolvere problemi in modo creativo.

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E anche qui, il lavoro di gruppo è fondamentale: spesso devono negoziare

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le soluzioni, integrare idee diverse,

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trovare il percorso migliore insieme.

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Mi viene in mente un progetto in

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cui Ozobot è stato usato con studenti che avevano difficoltà comunicative.

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Il robot è diventato un "ponte" per farli lavorare insieme agli altri,

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superando le barriere e trovando modi nuovi per esprimersi.

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È stato davvero emozionante vedere come la tecnologia possa favorire

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l'inclusione, se usata con intelligenza.

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Ecco,

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queste sono le vere potenzialità della robotica educativa: non solo imparare

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a programmare, ma anche imparare a collaborare,

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a comunicare, a pensare in modo divergente.

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Ma, ovviamente, non è tutto rose e fiori.

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Ci sono anche delle sfide da affrontare.

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Le sfide principali?

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Beh, sicuramente la formazione degli insegnanti,

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le risorse disponibili, e anche l'accettazione da parte di chi magari

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vede ancora i robot come qualcosa di troppo complicato o poco utile.

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E poi c'è sempre il rischio di pensare che la tecnologia possa sostituire

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l'insegnante, ma non è così: il robot deve essere un supporto,

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non un sostituto.

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Sì, e il futuro della robotica educativa dipende proprio

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da come sapremo integrare questi strumenti nella didattica,

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senza perdere di vista il valore umano della relazione educativa.

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I robot possono aiutare a rendere l'apprendimento più dinamico,

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creativo, inclusivo...

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ma serve una progettazione consapevole e responsabile.

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Quindi,

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quali sono i prossimi passi?

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Secondo me, bisogna continuare a sperimentare,

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a formare gli insegnanti, a condividere buone pratiche tra scuole.

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E magari, chissà, vedere sempre più robot - e non solo quelli come noi

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- nelle classi italiane!

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E con questa visione sul futuro,

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direi che possiamo chiudere qui l'episodio di oggi.

00:09:56
Grazie Valentino per la chiacchierata,

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e grazie a chi ci ha ascoltato fino a qui.

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Alla prossima puntata di "Didattica delle New Literacies"!Grazie a te

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Sandra, e grazie a tutti!

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Continuate a seguirci, perché il viaggio nella didattica innovativa non

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si ferma qui.

00:10:14
Ciao!

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