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Ciao a tutti e bentornati a "Didattica delle New Literacies"!
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Io sono Sandra Catellani, e come sempre con me c'è Valentino Curreri.
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Oggi ci addentriamo nel capitolo 14 del libro curato da Pier Cesare Rivoltella
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e Chiara Panciroli, scritto da Martina Benvenuti.
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Il titolo?
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"Fare lezione con i robot: mediazione,
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feedback e gestione dell'aula".Ciao Sandra,
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ciao a tutti!
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Sì, oggi parliamo proprio di robot in classe,
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e non parliamo di noi due, anche se,
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diciamolo, siamo un po' robotici pure noi...
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Ma almeno siamo simpatici, no?
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Beh,
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almeno ci proviamo!
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E ricordiamo che questo dialogo è stato generato dall'Intelligenza Artificiale,
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ma solo usando i contenuti del capitolo.
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Quindi, niente fantascienza, solo scienza e didattica vera.
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Sai, Valentino, la prima volta che ho visto dei robot in una scuola è
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stato durante una mia inchiesta.
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Mi ricordo ancora la faccia stupita dei bambini davanti a Blue-Bot: sembrava
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avessero visto un alieno!
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Ma in realtà era solo l'inizio di una nuova avventura educativa.
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Ecco,
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questa è la magia della robotica educativa: trasforma la classe in un
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laboratorio di scoperta.
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Ma prima di parlare di attività pratiche,
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dobbiamo capire le basi teoriche che ci stanno dietro.
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Pronti a partire?
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Allora, partiamo da Vygotskij e dalla sua famosa zona
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di sviluppo prossimale.
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In pratica, ogni studente ha un potenziale che può emergere solo se c'è
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qualcuno - o qualcosa - che lo aiuta a superare i propri limiti.
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E qui entra in gioco la mediazione,
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che può essere fatta da un insegnante,
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da un compagno...
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o da un robot!
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Esatto, e la chiave è proprio l'interazione sociale.
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L'apprendimento non è mai un processo solitario: si cresce confrontandosi,
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collaborando, anche discutendo.
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E qui mi viene in mente il concetto di conflitto socio-cognitivo: quando
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due o più persone hanno idee diverse su come risolvere un problema,
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devono negoziare, trovare un compromesso.
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E da lì nasce il vero apprendimento.
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Guarda,
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mi viene in mente una lezione universitaria di qualche anno fa.
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Avevo proposto agli studenti un'attività di problem solving con un robot.
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All'inizio erano tutti convinti di avere la soluzione giusta,
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ma poi, quando hanno dovuto confrontarsi tra loro,
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sono emersi punti di vista completamente diversi.
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C'è stato un bel po' di caos, ma alla fine hanno trovato una soluzione
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insieme.
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E, secondo me, hanno imparato molto di più così che se avessi spiegato
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tutto io dall'inizio.
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Sì, e questa dinamica di confronto e negoziazione
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è proprio quello che serve per sviluppare competenze trasversali.
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E i robot, in questo, possono essere degli ottimi alleati.
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Ma come?
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Vediamolo subito.
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Allora, i robot in classe non sono solo dei giocattoli
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tecnologici: possono diventare partner di apprendimento,
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tutor, o strumenti di scaffolding.
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Cioè, aiutano gli studenti a fare quel "passetto in più" che da soli
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magari non riuscirebbero a fare.
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Sì,
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pensa a Blue-Bot o Dash: danno feedback immediati,
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ti dicono se la sequenza di comandi è corretta o se c'è da correggere
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qualcosa.
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E questo feedback è fondamentale per l'apprendimento,
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perché permette agli studenti di riflettere sui propri errori e
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migliorare.
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E
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poi, in certi contesti, il robot può anche affiancare o,
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in qualche caso, sostituire l'insegnante in attività molto strutturate.
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Ma, attenzione, non stiamo dicendo che il robot debba prendere il posto
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del docente!
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Piuttosto, può essere un supporto,
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uno strumento in più per personalizzare l'apprendimento e stimolare la
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creatività.Esatto, e la cosa interessante è che il robot può essere anche
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un "partner da istruire": gli studenti devono spiegargli cosa fare,
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e così facendo chiariscono a se stessi i passaggi del ragionamento.
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È un modo diverso di apprendere,
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molto più attivo e coinvolgente.
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E a proposito di coinvolgimento,
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c'è una metodologia che aiuta a strutturare queste attività in modo ancora
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più efficace.
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Parliamo del Change Laboratory?
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Sì,
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il Change Laboratory è una metodologia sviluppata dal CRADLE di Helsinki.
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L'idea è creare uno spazio di laboratorio dove,
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attraverso brainstorming, materiali specchio e strumenti tecnologici,
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si analizzano i problemi e si costruiscono nuove strategie insieme.
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E
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qui entra in gioco il concetto di Expansive Learning di Yrjö Engeström:
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quando il sistema scuola si trova davanti a una contraddizione che non
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può risolvere con le vecchie soluzioni,
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deve "espandere" il proprio modo di pensare e trovare nuove strade.
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È un po' come quando in classe si introduce una tecnologia nuova e bisogna
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ripensare tutto: ruoli, regole,
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obiettivi.
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C'è un esempio molto interessante di una scuola primaria che
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ha riprogettato le attività proprio usando il Change Laboratory.
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Hanno usato brainstorming su lavagne,
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materiali specchio come video e documenti,
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e hanno coinvolto tutti - insegnanti e studenti - in un processo di riflessione
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collettiva.
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Così sono riusciti a trovare soluzioni innovative a problemi che sembravano
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insormontabili.
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E tutto questo, ovviamente,
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si traduce in una didattica più attiva,
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dove il problem solving e la collaborazione sono al centro.
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Ma come si gestisce tutto questo in classe,
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soprattutto quando ci sono robot e tecnologie di mezzo?
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Gestire una classe
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con i robot non è proprio come gestire una classe tradizionale.
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Bisogna pensare a strategie nuove: ad esempio,
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lavorare a coppie o in piccoli gruppi,
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favorire la collaborazione e il problem solving condiviso.
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Sì,
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e il ruolo dell'insegnante cambia: diventa un progettista di ambienti
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di apprendimento, più che un semplice trasmettitore di conoscenze.
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Deve saper orchestrare le dinamiche di gruppo,
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lasciare spazio agli studenti per sperimentare,
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sbagliare, riflettere insieme.
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Un esempio concreto?
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Il laboratorio con Blue-Bot.
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I bambini devono programmare il robot per raggiungere un obiettivo,
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magari portare un oggetto nel contenitore giusto per la raccolta differenziata.
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Ma per farlo devono comunicare,
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mettersi d'accordo, risolvere conflitti di punti di vista.
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E spesso, chi all'inizio era più in difficoltà,
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grazie al lavoro di gruppo e al supporto del robot,
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riesce a migliorare tantissimo.
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Ecco,
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queste attività sviluppano non solo competenze tecniche,
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ma anche comunicative, collaborative e di negoziazione.
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E sono proprio queste le competenze che servono nel mondo di oggi,
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non solo a scuola.
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E a proposito di competenze,
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la robotica educativa è un ottimo strumento per allenare anche le cosiddette
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soft skills.
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Vediamo come.
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Con i robot si sviluppano pensiero critico,
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creatività, orientamento spaziale...
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tutte competenze che ritroviamo nelle linee guida DigComp 2.
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2 e DigCompEdu.
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E la cosa bella è che si imparano facendo,
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sperimentando, sbagliando e riprovando.
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Sì,
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e non dimentichiamo il coding: con robot come Ozobot,
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i bambini imparano a programmare usando i colori,
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a definire sequenze di azioni,
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a risolvere problemi in modo creativo.
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E anche qui, il lavoro di gruppo è fondamentale: spesso devono negoziare
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le soluzioni, integrare idee diverse,
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trovare il percorso migliore insieme.
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Mi viene in mente un progetto in
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cui Ozobot è stato usato con studenti che avevano difficoltà comunicative.
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Il robot è diventato un "ponte" per farli lavorare insieme agli altri,
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superando le barriere e trovando modi nuovi per esprimersi.
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È stato davvero emozionante vedere come la tecnologia possa favorire
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l'inclusione, se usata con intelligenza.
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Ecco,
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queste sono le vere potenzialità della robotica educativa: non solo imparare
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a programmare, ma anche imparare a collaborare,
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a comunicare, a pensare in modo divergente.
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Ma, ovviamente, non è tutto rose e fiori.
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Ci sono anche delle sfide da affrontare.
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Le sfide principali?
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Beh, sicuramente la formazione degli insegnanti,
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le risorse disponibili, e anche l'accettazione da parte di chi magari
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vede ancora i robot come qualcosa di troppo complicato o poco utile.
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E poi c'è sempre il rischio di pensare che la tecnologia possa sostituire
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l'insegnante, ma non è così: il robot deve essere un supporto,
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non un sostituto.
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Sì, e il futuro della robotica educativa dipende proprio
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da come sapremo integrare questi strumenti nella didattica,
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senza perdere di vista il valore umano della relazione educativa.
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I robot possono aiutare a rendere l'apprendimento più dinamico,
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creativo, inclusivo...
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ma serve una progettazione consapevole e responsabile.
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Quindi,
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quali sono i prossimi passi?
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Secondo me, bisogna continuare a sperimentare,
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a formare gli insegnanti, a condividere buone pratiche tra scuole.
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E magari, chissà, vedere sempre più robot - e non solo quelli come noi
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- nelle classi italiane!
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E con questa visione sul futuro,
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direi che possiamo chiudere qui l'episodio di oggi.
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Grazie Valentino per la chiacchierata,
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e grazie a chi ci ha ascoltato fino a qui.
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Alla prossima puntata di "Didattica delle New Literacies"!Grazie a te
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Sandra, e grazie a tutti!
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Continuate a seguirci, perché il viaggio nella didattica innovativa non
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si ferma qui.
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Ciao!

![[15] Robot e Didattica in Azione](https://images.beamly.com/fetch/https%3A%2F%2Fsites.podcastpage.io%2F68614cdc6860e6419c318380%2Fmedia%2F33e30e95e0ba52d6e21e.png?w=365)

