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Ciao a tutti e bentornati a "Didattica delle New Literacies".
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Io sono Sandra Catellani, e con me c'è come sempre Valentino Curreri.
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Oggi ci addentriamo nel Capitolo 11,
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"Progettare: dal curricolo al lesson plan",
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scritto da Maria Cristina Garbui per il libro "Didattica delle New Literacies"
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curato da Pier Cesare Rivoltella e Chiara Panciroli,
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pubblicato da Mondadori Università nel 2025.
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Valentino, partiamo subito da una domanda che sembra semplice ma non
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lo è: il curricolo, oggi, è davvero solo un elenco di materie?
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No,
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assolutamente.
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E guarda, questa è una delle cose che mi appassiona di più.
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Il curricolo, come dice Garbui,
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è un "materiale vivo", un processo dinamico che riflette l'identità della
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scuola e le esigenze della comunità.
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Non è più, o almeno non dovrebbe essere,
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una lista statica di argomenti da spuntare.
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Mi viene in mente una scuola che ho seguito qualche anno fa: il curricolo
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cambiò radicalmente grazie a un progetto condiviso con studenti e famiglie.
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Si partì da un bisogno reale del territorio e si arrivò a una revisione
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profonda delle attività, delle priorità,
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persino dei tempi scolastici.
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Era come vedere il curricolo prendere vita,
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davvero.
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Sì, e questa idea del curricolo come "cuore pulsante" dell'istituto,
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che alimenta ogni azione educativa,
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è centrale anche nel testo.
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Mi piace molto la definizione che dà Pellerey: il curricolo è "l'insieme
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delle esperienze di apprendimento che una comunità scolastica progetta,
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attua e valuta in vista di obiettivi formativi esplicitamente espressi".
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Quindi, non solo contenuti, ma anche valori,
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tradizioni, aspettative.
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E, come dicevi tu, la partecipazione di tutti gli attori della scuola
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è fondamentale.
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Esatto.
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E aggiungo che questa visione dinamica permette di rispondere meglio
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alle sfide della società contemporanea.
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Il curricolo diventa uno spazio di dialogo,
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di ricerca, di innovazione.
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Non è un esercizio burocratico,
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ma un atto creativo e vitale.
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Ecco, progettare significa proprio "gettare avanti",
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come dice il capitolo: un atto di fiducia nel futuro.
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E qui arriviamo
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a un punto che secondo me è cruciale: il curricolo orientato alle competenze.
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Non si tratta più solo di trasmettere conoscenze,
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ma di sviluppare pensiero critico,
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problem solving, capacità decisionale.
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Valentino, hai qualche esempio pratico di curricoli che favoriscono davvero
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un apprendimento profondo?
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Sì, guarda,
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mi viene in mente l'approccio EAS,
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che nel capitolo viene citato proprio per la sua attenzione ai contenuti
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brevi e alle competenze trasversali.
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In alcune scuole, ad esempio, si lavora su progetti interdisciplinari
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che partono da problemi reali: gli studenti devono analizzare,
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discutere, proporre soluzioni.
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Non è solo teoria, ma esperienza concreta.
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E questo, secondo me, fa la differenza: impari a collegare le conoscenze,
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a ragionare in modo critico, a lavorare in gruppo.
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Sì,
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e la domanda che spesso ci si pone è: come si valuta se un curricolo
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forma davvero competenze trasversali?
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Perché il rischio è di restare sulla carta,
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no?
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Hai ragione.
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La valutazione è una delle sfide più grandi.
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Secondo il testo, bisogna guardare non solo ai risultati,
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ma anche ai processi: osservare come gli studenti affrontano i problemi,
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come collaborano, come riflettono sulle proprie strategie.
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È un lavoro di osservazione, di dialogo,
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di feedback continuo.
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E, aggiungo, serve anche il coraggio di rivedere il curricolo se ci si
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accorge che non funziona come dovrebbe.
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Ecco,
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questa flessibilità è fondamentale.
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E mi sembra che sia proprio uno dei fili conduttori del capitolo: il
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curricolo come percorso di ricerca e innovazione,
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non come gabbia rigida.
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A proposito di innovazione,
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il capitolo richiama la riflessione di Edgar Morin sulla complessità
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e sulla crisi del pensiero contemporaneo.
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Morin dice che non viviamo solo una crisi politica o sociale,
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ma una crisi più profonda: la crisi del pensiero.
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E qui l'educazione ha un ruolo trasformativo,
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perché può aiutare a superare questa crisi,
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a formare cittadini capaci di pensare in modo critico e sistemico.
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Sai
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che questa cosa mi ha colpito molto?
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Ho partecipato a un laboratorio sul pensiero sistemico in una scuola
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superiore, e ricordo che all'inizio gli studenti erano un po' spaesati:
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"Ma cosa vuol dire pensare in modo sistemico?" Poi,
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lavorando su casi reali, hanno iniziato a vedere le connessioni tra le
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materie, tra scuola e territorio,
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tra presente e futuro.
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È stato un piccolo esempio di come il curricolo possa davvero essere
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uno strumento per "svegliarsi",
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come dice Morin, e per costruire speranza e coraggio.
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Sì,
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e Morin insiste sul fatto che dobbiamo "legare le nostre patrie" e integrarle
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con la nostra "unica patria terrestre".
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Quindi, il curricolo non è solo locale o nazionale,
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ma deve preparare a una cittadinanza globale.
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E qui torna il tema della complessità: educare è l'arte di gettare ponti,
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di accogliere la diversità, di affrontare l'incertezza.
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E anche di accettare
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che non abbiamo la verità in tasca,
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ma che possiamo imparare insieme agli studenti.
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Un pensiero aperto, umile, disponibile al dialogo.
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Mi sembra una bella sfida, ma anche una grande opportunità.E qui si inserisce
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il tema del curricolo come dispositivo identitario.
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Il testo lo dice chiaramente: il curricolo è il cuore pulsante
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dell'istituto,
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riflette la consapevolezza della scuola del proprio ruolo educativo.
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Valori, tradizioni, identità: tutto passa da qui.
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C'è un caso interessante di una scuola che ha inserito la storia locale
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e la cittadinanza attiva nel proprio curricolo,
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coinvolgendo anche le associazioni del territorio.
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Questo ha rafforzato il senso di appartenenza e ha reso l'apprendimento
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più significativo.
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Sì, ma ti chiedo: quali rischi e opportunità vedi in
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un curricolo troppo legato all'identità locale?
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Perché da un lato può essere un punto di forza,
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dall'altro rischia di diventare un limite,
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no?
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Hai centrato il punto.
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L'opportunità è quella di valorizzare le radici,
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di dare senso e coerenza all'esperienza scolastica.
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Il rischio, però, è di chiudersi,
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di non vedere oltre il proprio contesto.
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Il capitolo lo dice bene: bisogna trovare un equilibrio tra identità
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e apertura, tra tradizione e innovazione.
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Il curricolo deve essere inclusivo,
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capace di accogliere la diversità e di preparare a una società globale.
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E
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qui torna il tema della co-progettazione,
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della partecipazione di tutti gli attori.
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Perché solo così si può costruire un curricolo che sia davvero significativo
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e generativo.
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Parliamo allora di partecipazione e co-progettazione.
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Il capitolo sottolinea quanto sia importante coinvolgere studenti,
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docenti, famiglie e territorio nella progettazione del curricolo.
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Non è solo una questione di democrazia,
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ma anche di efficacia: più persone partecipano,
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più il curricolo risponde ai bisogni reali.
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Sì,
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e ti porto un esempio da una ricerca universitaria che ho seguito: in
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alcune classi, gli studenti sono stati coinvolti nella creazione di attività
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didattiche.
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Hanno proposto temi, scelto modalità di lavoro,
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valutato i risultati.
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Il livello di motivazione e di apprendimento è cresciuto tantissimo.
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E anche i docenti hanno imparato molto,
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perché il confronto con gli studenti li ha costretti a rimettersi in
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gioco, a sperimentare nuove strategie.
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Ecco,
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questa idea di co-progettazione è molto vicina a quello che abbiamo visto
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in altri episodi, ad esempio quando parlavamo di AI generativa e di
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co-creazione
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della conoscenza.
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La scuola come laboratorio di esperienze,
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dove tutti sono protagonisti.
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Esatto.
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E il curricolo, in questa prospettiva,
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diventa uno strumento di crescita identitaria e di innovazione continua.
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Non c'è una ricetta unica, ma un percorso da costruire insieme,
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giorno per giorno.
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Arriviamo allora al lesson plan,
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che il capitolo definisce come una "porzione circoscritta di significato".
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È il ponte tra il curricolo e le attività in classe,
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uno strumento che deve essere adattabile e personalizzato.
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E qui entra in gioco anche l'integrazione delle nuove literacies,
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delle competenze digitali.
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Valentino, come vedi questa connessione?
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Guarda,
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il lesson plan oggi non può più essere una sequenza rigida di attività.
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Deve essere flessibile, capace di adattarsi ai bisogni della classe,
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alle reazioni degli studenti, alle opportunità che la tecnologia offre.
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Ad esempio, integrare la gamification digitale,
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come hai sperimentato tu, Sandra,
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può rendere l'apprendimento più coinvolgente e significativo.
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Sì,
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ti racconto questa: in una classe ho usato una piattaforma di gamification
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per lavorare sulle competenze digitali e collaborative.
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Gli studenti dovevano risolvere sfide,
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collaborare, riflettere sulle strategie.
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Il lesson plan era solo una traccia,
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poi si è trasformato grazie ai feedback degli studenti.
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Ecco, questa apertura al cambiamento,
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questa attenzione alla personalizzazione,
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sono secondo me la chiave per integrare davvero le nuove literacies nella
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didattica quotidiana.
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E il lesson plan,
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in questo senso, diventa uno spazio di dialogo,
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di co-progettazione, dove anche gli studenti possono contribuire alla
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costruzione del sapere.
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Non è più solo il docente a decidere tutto,
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ma si lavora insieme, in un processo di scambio e condivisione.
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E allora,
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quali sono le sfide attuali e le prospettive future per la scuola?
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Il capitolo parla di flessibilità,
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inclusività, innovazione come parole chiave.
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E sottolinea il ruolo delle Indicazioni Nazionali come "filo rosso" che
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unisce politiche e pratica didattica.
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Ma come si fa a mantenere il curricolo aggiornato rispetto ai cambiamenti
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sociali e tecnologici?
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Eh, questa è la domanda delle domande.
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Secondo me, la risposta sta proprio nella capacità di ascolto e di adattamento.
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Le Indicazioni Nazionali offrono una cornice,
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ma poi sta alle scuole, ai docenti,
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agli studenti, riempirla di significato,
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reinterpretarla alla luce delle nuove sfide.
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Serve una progettazione didattica che sia strutturata ma anche aperta
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all'innovazione, che sappia cogliere le opportunità offerte dalle tecnologie,
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ma senza perdere di vista i valori fondamentali: inclusione,
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cittadinanza, pensiero critico.
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E forse,
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come dice il capitolo, la vera sfida è proprio quella di "dare ordine
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al caos", di costruire una scuola che sia capace di tenere insieme coerenza
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e flessibilità, identità e apertura,
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tradizione e innovazione.
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Un compito non facile, ma sicuramente affascinante.
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Sì,
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e direi che è un viaggio che non finisce mai.
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Ogni scuola, ogni classe, ogni studente ci costringe a ripensare il curricolo,
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a cercare nuove strade.
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E forse è proprio questo il bello della didattica delle New Literacies:
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non c'è mai una risposta definitiva,
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ma una continua ricerca.
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E con questa riflessione vi salutiamo,
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ringraziandovi per averci seguito anche oggi.
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Continuate a seguirci su "Didattica delle New Literacies",
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perché il viaggio nel libro di Rivoltella e Panciroli continua.
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Grazie Valentino, come sempre un piacere.
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Grazie a te Sandra,
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e grazie a chi ci ascolta.
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Alla prossima puntata!

![[12] Dal curricolo al lesson plan](https://images.beamly.com/fetch/https%3A%2F%2Fauth.jellypod.ai%2Fstorage%2Fv1%2Fobject%2Fpublic%2FCoverImages%2Forg_01K7DBDW6Z6WY8F3DV1EPJM2Z4%2Fusers%2Fuser_01K7DBDW1MF050KSA7ZE8CDR69%2F2zgXbvAwvWwiuWGuj1RYb.jpg?w=365)

