[12] Dal curricolo al lesson plan
Didattica delle New Literacies14 luglio 2025
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[12] Dal curricolo al lesson plan

Esploriamo come la progettazione didattica diventi un processo dinamico, partecipativo e innovativo, capace di integrare le New Literacies nel quotidiano scolastico. Attraverso esempi pratici e riflessioni teoriche, analizziamo come il curricolo possa adattarsi alle sfide della società contemporanea.
Esploriamo come la progettazione didattica diventi un processo dinamico, partecipativo e innovativo, capace di integrare le New Literacies nel quotidiano scolastico. Attraverso esempi pratici e riflessioni teoriche, analizziamo come il curricolo possa adattarsi alle sfide della società contemporanea.

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Ciao a tutti e bentornati a "Didattica delle New Literacies".

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Io sono Sandra Catellani, e con me c'è come sempre Valentino Curreri.

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Oggi ci addentriamo nel Capitolo 11,

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"Progettare: dal curricolo al lesson plan",

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scritto da Maria Cristina Garbui per il libro "Didattica delle New Literacies"

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curato da Pier Cesare Rivoltella e Chiara Panciroli,

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pubblicato da Mondadori Università nel 2025.

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Valentino, partiamo subito da una domanda che sembra semplice ma non

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lo è: il curricolo, oggi, è davvero solo un elenco di materie?

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No,

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assolutamente.

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E guarda, questa è una delle cose che mi appassiona di più.

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Il curricolo, come dice Garbui,

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è un "materiale vivo", un processo dinamico che riflette l'identità della

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scuola e le esigenze della comunità.

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Non è più, o almeno non dovrebbe essere,

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una lista statica di argomenti da spuntare.

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Mi viene in mente una scuola che ho seguito qualche anno fa: il curricolo

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cambiò radicalmente grazie a un progetto condiviso con studenti e famiglie.

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Si partì da un bisogno reale del territorio e si arrivò a una revisione

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profonda delle attività, delle priorità,

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persino dei tempi scolastici.

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Era come vedere il curricolo prendere vita,

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davvero.

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Sì, e questa idea del curricolo come "cuore pulsante" dell'istituto,

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che alimenta ogni azione educativa,

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è centrale anche nel testo.

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Mi piace molto la definizione che dà Pellerey: il curricolo è "l'insieme

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delle esperienze di apprendimento che una comunità scolastica progetta,

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attua e valuta in vista di obiettivi formativi esplicitamente espressi".

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Quindi, non solo contenuti, ma anche valori,

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tradizioni, aspettative.

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E, come dicevi tu, la partecipazione di tutti gli attori della scuola

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è fondamentale.

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Esatto.

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E aggiungo che questa visione dinamica permette di rispondere meglio

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alle sfide della società contemporanea.

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Il curricolo diventa uno spazio di dialogo,

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di ricerca, di innovazione.

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Non è un esercizio burocratico,

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ma un atto creativo e vitale.

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Ecco, progettare significa proprio "gettare avanti",

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come dice il capitolo: un atto di fiducia nel futuro.

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E qui arriviamo

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a un punto che secondo me è cruciale: il curricolo orientato alle competenze.

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Non si tratta più solo di trasmettere conoscenze,

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ma di sviluppare pensiero critico,

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problem solving, capacità decisionale.

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Valentino, hai qualche esempio pratico di curricoli che favoriscono davvero

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un apprendimento profondo?

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Sì, guarda,

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mi viene in mente l'approccio EAS,

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che nel capitolo viene citato proprio per la sua attenzione ai contenuti

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brevi e alle competenze trasversali.

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In alcune scuole, ad esempio, si lavora su progetti interdisciplinari

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che partono da problemi reali: gli studenti devono analizzare,

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discutere, proporre soluzioni.

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Non è solo teoria, ma esperienza concreta.

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E questo, secondo me, fa la differenza: impari a collegare le conoscenze,

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a ragionare in modo critico, a lavorare in gruppo.

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Sì,

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e la domanda che spesso ci si pone è: come si valuta se un curricolo

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forma davvero competenze trasversali?

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Perché il rischio è di restare sulla carta,

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no?

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Hai ragione.

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La valutazione è una delle sfide più grandi.

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Secondo il testo, bisogna guardare non solo ai risultati,

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ma anche ai processi: osservare come gli studenti affrontano i problemi,

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come collaborano, come riflettono sulle proprie strategie.

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È un lavoro di osservazione, di dialogo,

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di feedback continuo.

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E, aggiungo, serve anche il coraggio di rivedere il curricolo se ci si

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accorge che non funziona come dovrebbe.

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Ecco,

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questa flessibilità è fondamentale.

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E mi sembra che sia proprio uno dei fili conduttori del capitolo: il

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curricolo come percorso di ricerca e innovazione,

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non come gabbia rigida.

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A proposito di innovazione,

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il capitolo richiama la riflessione di Edgar Morin sulla complessità

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e sulla crisi del pensiero contemporaneo.

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Morin dice che non viviamo solo una crisi politica o sociale,

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ma una crisi più profonda: la crisi del pensiero.

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E qui l'educazione ha un ruolo trasformativo,

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perché può aiutare a superare questa crisi,

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a formare cittadini capaci di pensare in modo critico e sistemico.

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Sai

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che questa cosa mi ha colpito molto?

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Ho partecipato a un laboratorio sul pensiero sistemico in una scuola

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superiore, e ricordo che all'inizio gli studenti erano un po' spaesati:

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"Ma cosa vuol dire pensare in modo sistemico?" Poi,

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lavorando su casi reali, hanno iniziato a vedere le connessioni tra le

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materie, tra scuola e territorio,

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tra presente e futuro.

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È stato un piccolo esempio di come il curricolo possa davvero essere

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uno strumento per "svegliarsi",

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come dice Morin, e per costruire speranza e coraggio.

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Sì,

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e Morin insiste sul fatto che dobbiamo "legare le nostre patrie" e integrarle

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con la nostra "unica patria terrestre".

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Quindi, il curricolo non è solo locale o nazionale,

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ma deve preparare a una cittadinanza globale.

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E qui torna il tema della complessità: educare è l'arte di gettare ponti,

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di accogliere la diversità, di affrontare l'incertezza.

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E anche di accettare

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che non abbiamo la verità in tasca,

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ma che possiamo imparare insieme agli studenti.

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Un pensiero aperto, umile, disponibile al dialogo.

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Mi sembra una bella sfida, ma anche una grande opportunità.E qui si inserisce

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il tema del curricolo come dispositivo identitario.

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Il testo lo dice chiaramente: il curricolo è il cuore pulsante

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dell'istituto,

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riflette la consapevolezza della scuola del proprio ruolo educativo.

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Valori, tradizioni, identità: tutto passa da qui.

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C'è un caso interessante di una scuola che ha inserito la storia locale

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e la cittadinanza attiva nel proprio curricolo,

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coinvolgendo anche le associazioni del territorio.

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Questo ha rafforzato il senso di appartenenza e ha reso l'apprendimento

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più significativo.

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Sì, ma ti chiedo: quali rischi e opportunità vedi in

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un curricolo troppo legato all'identità locale?

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Perché da un lato può essere un punto di forza,

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dall'altro rischia di diventare un limite,

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no?

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Hai centrato il punto.

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L'opportunità è quella di valorizzare le radici,

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di dare senso e coerenza all'esperienza scolastica.

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Il rischio, però, è di chiudersi,

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di non vedere oltre il proprio contesto.

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Il capitolo lo dice bene: bisogna trovare un equilibrio tra identità

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e apertura, tra tradizione e innovazione.

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Il curricolo deve essere inclusivo,

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capace di accogliere la diversità e di preparare a una società globale.

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E

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qui torna il tema della co-progettazione,

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della partecipazione di tutti gli attori.

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Perché solo così si può costruire un curricolo che sia davvero significativo

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e generativo.

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Parliamo allora di partecipazione e co-progettazione.

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Il capitolo sottolinea quanto sia importante coinvolgere studenti,

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docenti, famiglie e territorio nella progettazione del curricolo.

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Non è solo una questione di democrazia,

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ma anche di efficacia: più persone partecipano,

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più il curricolo risponde ai bisogni reali.

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Sì,

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e ti porto un esempio da una ricerca universitaria che ho seguito: in

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alcune classi, gli studenti sono stati coinvolti nella creazione di attività

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didattiche.

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Hanno proposto temi, scelto modalità di lavoro,

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valutato i risultati.

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Il livello di motivazione e di apprendimento è cresciuto tantissimo.

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E anche i docenti hanno imparato molto,

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perché il confronto con gli studenti li ha costretti a rimettersi in

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gioco, a sperimentare nuove strategie.

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Ecco,

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questa idea di co-progettazione è molto vicina a quello che abbiamo visto

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in altri episodi, ad esempio quando parlavamo di AI generativa e di

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co-creazione

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della conoscenza.

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La scuola come laboratorio di esperienze,

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dove tutti sono protagonisti.

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Esatto.

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E il curricolo, in questa prospettiva,

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diventa uno strumento di crescita identitaria e di innovazione continua.

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Non c'è una ricetta unica, ma un percorso da costruire insieme,

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giorno per giorno.

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Arriviamo allora al lesson plan,

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che il capitolo definisce come una "porzione circoscritta di significato".

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È il ponte tra il curricolo e le attività in classe,

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uno strumento che deve essere adattabile e personalizzato.

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E qui entra in gioco anche l'integrazione delle nuove literacies,

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delle competenze digitali.

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Valentino, come vedi questa connessione?

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Guarda,

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il lesson plan oggi non può più essere una sequenza rigida di attività.

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Deve essere flessibile, capace di adattarsi ai bisogni della classe,

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alle reazioni degli studenti, alle opportunità che la tecnologia offre.

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Ad esempio, integrare la gamification digitale,

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come hai sperimentato tu, Sandra,

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può rendere l'apprendimento più coinvolgente e significativo.

00:09:39
Sì,

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ti racconto questa: in una classe ho usato una piattaforma di gamification

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per lavorare sulle competenze digitali e collaborative.

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Gli studenti dovevano risolvere sfide,

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collaborare, riflettere sulle strategie.

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Il lesson plan era solo una traccia,

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poi si è trasformato grazie ai feedback degli studenti.

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Ecco, questa apertura al cambiamento,

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questa attenzione alla personalizzazione,

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sono secondo me la chiave per integrare davvero le nuove literacies nella

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didattica quotidiana.

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E il lesson plan,

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in questo senso, diventa uno spazio di dialogo,

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di co-progettazione, dove anche gli studenti possono contribuire alla

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costruzione del sapere.

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Non è più solo il docente a decidere tutto,

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ma si lavora insieme, in un processo di scambio e condivisione.

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E allora,

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quali sono le sfide attuali e le prospettive future per la scuola?

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Il capitolo parla di flessibilità,

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inclusività, innovazione come parole chiave.

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E sottolinea il ruolo delle Indicazioni Nazionali come "filo rosso" che

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unisce politiche e pratica didattica.

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Ma come si fa a mantenere il curricolo aggiornato rispetto ai cambiamenti

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sociali e tecnologici?

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Eh, questa è la domanda delle domande.

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Secondo me, la risposta sta proprio nella capacità di ascolto e di adattamento.

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Le Indicazioni Nazionali offrono una cornice,

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ma poi sta alle scuole, ai docenti,

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agli studenti, riempirla di significato,

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reinterpretarla alla luce delle nuove sfide.

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Serve una progettazione didattica che sia strutturata ma anche aperta

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all'innovazione, che sappia cogliere le opportunità offerte dalle tecnologie,

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ma senza perdere di vista i valori fondamentali: inclusione,

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cittadinanza, pensiero critico.

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E forse,

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come dice il capitolo, la vera sfida è proprio quella di "dare ordine

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al caos", di costruire una scuola che sia capace di tenere insieme coerenza

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e flessibilità, identità e apertura,

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tradizione e innovazione.

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Un compito non facile, ma sicuramente affascinante.

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Sì,

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e direi che è un viaggio che non finisce mai.

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Ogni scuola, ogni classe, ogni studente ci costringe a ripensare il curricolo,

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a cercare nuove strade.

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E forse è proprio questo il bello della didattica delle New Literacies:

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non c'è mai una risposta definitiva,

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ma una continua ricerca.

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E con questa riflessione vi salutiamo,

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ringraziandovi per averci seguito anche oggi.

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Continuate a seguirci su "Didattica delle New Literacies",

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perché il viaggio nel libro di Rivoltella e Panciroli continua.

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Grazie Valentino, come sempre un piacere.

00:12:31
Grazie a te Sandra,

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e grazie a chi ci ascolta.

00:12:37
Alla prossima puntata!

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