[09] Cinema e Screen Literacy nella formazione
Didattica delle New Literacies12 luglio 2025
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00:13:13

[09] Cinema e Screen Literacy nella formazione

Esploriamo come il cinema e i media audiovisivi stiano rivoluzionando la formazione e l’educazione critica nelle scuole e nella società. Dall’inserimento nelle aule italiane alle esperienze internazionali, analizziamo progetti, sfide e opportunità della film literacy nel contesto delle nuove competenze digitali e mediali.
Esploriamo come il cinema e i media audiovisivi stiano rivoluzionando la formazione e l’educazione critica nelle scuole e nella società. Dall’inserimento nelle aule italiane alle esperienze internazionali, analizziamo progetti, sfide e opportunità della film literacy nel contesto delle nuove competenze digitali e mediali.

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Ciao a tutti e bentornati a "Didattica delle New Literacies"!

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Io sono Sandra Catellani, e con me c'è come sempre Valentino Curreri.

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Oggi ci addentriamo in un tema che,

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lo ammetto, mi sta particolarmente a cuore: il cinema e la screen literacy,

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a scuola e oltre.

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Prendiamo spunto dal capitolo 8,

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"Film e Screen Literacy: la formazione attraverso il cinema e i media

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audiovisivi",

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scritto da Roy Menarini e pubblicato nel volume curato da Pier Cesare

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Rivoltella e Chiara Panciroli.

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Valentino, ti va di rompere il ghiaccio su questa lenta affermazione

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del cinema come strumento educativo?

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Certo Sandra,

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e guarda, è davvero interessante come Menarini sottolinei che la legittimazione

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culturale del cinema sia arrivata molto tardi rispetto ad altre arti.

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Per decenni il cinema è stato visto come una "non-disciplina",

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o comunque una disciplina debole,

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troppo innovativa per i canoni accademici tradizionali.

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Pensa che il DAMS, che oggi diamo quasi per scontato,

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nasce solo nel 1971!

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E fuori dall'università, la scuola ha sempre preferito usare il cinema

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come strumento per parlare di altro,

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piuttosto che come oggetto di studio in sé.Sì,

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e questa resistenza non era solo accademica,

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ma anche sociale.

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C'era proprio un pregiudizio diffuso: il cinema era visto come qualcosa

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di troppo popolare, poco adatto all'ambiente scolastico.

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Menarini lo dice chiaramente: "la cittadinanza accademica della cultura

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cinematografica, considerata per lungo tempo una non-disciplina, una disciplina

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debole o una disciplina legata a impostazioni di didattica e di ricerca

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fin troppo innovative".

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Ecco, Valentino, secondo te quali sono stati i principali ostacoli,

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proprio a livello di mentalità?Guarda,

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secondo me il problema era duplice: da un lato la diffidenza verso il

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linguaggio audiovisivo, dall'altro la paura che il cinema potesse distrarre

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dagli obiettivi "seri" della scuola.

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E poi, diciamolo, c'era anche una certa gerarchia di gusto: il cinema

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era visto come intrattenimento,

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non come arte o strumento di formazione.

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Solo negli ultimi vent'anni, con progetti più strutturati,

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si è iniziato a riconoscere il suo valore educativo.

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Ma la strada è stata lunga, e in parte lo è ancora.

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E infatti,

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quando si è iniziato a portare il cinema nelle scuole italiane,

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sono emersi subito problemi pratici e istituzionali.

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Non era solo una questione di mentalità,

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ma anche di strumenti, di formazione dei docenti,

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di risorse.

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Io ricordo ancora la mia prima proiezione scolastica improvvisata: avevamo

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un vecchio proiettore a bobina,

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la pellicola si inceppava ogni cinque minuti,

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e il suono...

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lasciamo perdere!

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Però, nonostante tutto, c'era un entusiasmo contagioso,

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sia tra noi che tra i ragazzi.

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Ah,

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Sandra, mi hai fatto venire in mente le proiezioni con la LIM,

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la lavagna interattiva multimediale.

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Spesso la qualità audio-video era pessima,

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e la durata del film non si adattava mai all'orario scolastico.

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Menarini lo dice bene: "la proiezione viene frammentata, senza riflettere sulla

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struttura narrativa, in più sessioni dettate principalmente dalla griglia

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oraria delle singole materie".

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E poi, c'è il tema della legalità: quanti docenti,

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magari in buona fede, proiettano film senza i permessi necessari?

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Eh,

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questa è una zona grigia che spesso si sottovaluta.

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E poi, diciamolo, la formazione dei docenti è ancora troppo spesso lasciata

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al caso.

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Chi insegna cinema, nella maggior parte dei casi,

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non ha una preparazione specifica,

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ma si arrangia con passione e buona volontà.

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E questo, alla lunga, limita le potenzialità della film literacy a

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scuola.

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Sì,

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e aggiungo che spesso il cinema viene usato solo per affrontare temi

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sociali, come il bullismo o la memoria,

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senza lavorare davvero sul linguaggio audiovisivo.

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È un approccio un po' riduttivo,

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che rischia di perdere tutta la ricchezza del mezzo.

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Eppure,

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negli ultimi anni, qualcosa si sta muovendo.

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Penso al Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola,

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nato con la legge 107 del 2015 e poi perfezionato con la legge 220 del

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2016.

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Un progetto ispirato ai modelli francesi e britannici,

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che cerca di portare il cinema in modo più strutturato nelle scuole.

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Valentino, tu che ne pensi di questi progetti?

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E soprattutto, cosa possiamo imparare dagli approcci internazionali?

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Guarda,

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il modello francese di Alain Bergala è davvero interessante.

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Nel 2000, Bergala ha diretto la Missione per l'Educazione al Cinema,

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puntando su competenze comunicative,

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emancipazione socio-culturale e creatività.

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Il suo libro, tradotto anche in italiano,

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è ancora oggi un punto di riferimento.

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E poi c'è il progetto britannico Into Film,

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che dal 2013 coinvolge scuole e comunità,

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offrendo risorse educative, festival e premi.

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L'obiettivo è far conoscere il cinema ai ragazzi dai 5 ai 19 anni,

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in modo sistematico e continuativo.

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Sì,

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e in Francia c'è anche IF Cinéma,

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che permette di scaricare film in digitale con tutti i metadati utili

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per i docenti.

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Questi modelli mostrano che serve una strategia centrale,

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risorse dedicate e formazione continua.

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In Italia, invece, spesso i progetti sono episodici,

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legati ai bandi, e non sempre si integrano con la normale ciclicità

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dell'anno

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scolastico.

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Forse dovremmo davvero imparare a fare sistema,

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come fanno all'estero.

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Sono d'accordo.

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E aggiungo che la chiave è proprio la formazione dei docenti e la creazione

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di percorsi duraturi, non solo eventi spot.

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Solo così la film literacy può diventare parte integrante della scuola,

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e non un'aggiunta occasionale.

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E qui arriviamo a un punto cruciale: il

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cinema come mezzo o come fine nella didattica.

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Menarini lo spiega bene: spesso si usa il film solo per parlare di temi

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sociali, ma si trascura l'analisi critica del linguaggio audiovisivo.

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Invece, le due cose dovrebbero andare di pari passo.

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Ti faccio un esempio: pensa a "Spider-Man".Sì,

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"Spider-Man" è perfetto per questo discorso.

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Da un lato, puoi usarlo per discutere di responsabilità,

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eroismo, identità, ma dall'altro puoi analizzare la costruzione narrativa,

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le scelte stilistiche, il rapporto tra cinema e fumetto,

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il marketing globale.

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E poi, come dice Menarini, "il consumatore diventa prosumer",

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cioè parte attiva nella diffusione del prodotto.

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Quindi, anche un blockbuster può essere uno strumento potentissimo per

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sviluppare competenze critiche e creative.

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Esatto!

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E lo stesso vale per film come "Il ragazzo dai pantaloni rosa",

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che affronta temi delicati come il bullismo,

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ma lo fa con una narrazione complessa,

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citazioni cinematografiche, una voce fuori campo che richiama "Viale del

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tramonto".

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Analizzare questi aspetti aiuta gli studenti a capire come si costruisce

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un racconto audiovisivo, e non solo a riflettere sul contenuto.

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Quindi,

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la vera sfida è integrare le due prospettive: usare il cinema sia come

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mezzo per affrontare temi importanti,

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sia come fine per sviluppare una lettura critica e consapevole delle

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immagini.

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Solo così la film literacy diventa davvero efficace.

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E qui entra in gioco

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la digitalizzazione, che ha rivoluzionato l'accesso ai film in classe.

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VHS, DVD, streaming...

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oggi è tutto più facile, almeno in teoria.

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Ma, come sottolinea Menarini, questo ha anche creato nuovi problemi:

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la frammentazione della visione,

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la perdita dell'integrità tecnica e narrativa del film,

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e soprattutto la questione dei diritti.

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Sì,

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la digitalizzazione ha reso i film più accessibili,

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ma ha anche indebolito lo statuto dell'opera audiovisiva.

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Non esiste un vero archivio centralizzato come per i libri,

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e spesso si proiettano film in modo illegale,

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magari senza nemmeno rendersene conto.

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E poi, la visione domestica o su piccoli schermi rischia di far perdere

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la dimensione collettiva e immersiva del cinema.

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Ecco,

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la domanda che ci dobbiamo fare è: la digitalizzazione aiuta davvero

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la film literacy?

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Io direi che offre grandi opportunità,

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ma solo se accompagnata da una riflessione critica e da una gestione

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consapevole delle risorse.

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Altrimenti rischiamo di ridurre tutto a un consumo veloce e superficiale.

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Sono

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d'accordo.

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Bisogna trovare un equilibrio tra accessibilità e qualità dell'esperienza

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educativa.

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E soprattutto, serve una maggiore attenzione agli aspetti legali e tecnici,

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per non vanificare gli sforzi fatti finora.

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Finora abbiamo parlato soprattutto

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di scuola, ma il capitolo di Menarini dedica molto spazio anche al lifelong

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learning, cioè alla formazione permanente.

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Il cinema, in questo senso, è uno strumento potentissimo per tutte le

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età.

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Penso a progetti come "Saper guardare un film",

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che coinvolgono adulti in percorsi di analisi critica e crescita personale.

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Sandra, ti racconto un aneddoto: una volta,

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durante un corso serale, abbiamo visto un film che ha letteralmente cambiato

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la percezione di un gruppo di adulti su un tema sociale.

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È stato un momento di vera trasformazione collettiva.

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Che bello,

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Valentino!

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E in effetti, anche all'estero ci sono esperienze simili: Into Film UK,

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ad esempio, offre percorsi di formazione per adulti e ragazzi,

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con l'obiettivo di sviluppare una cittadinanza attiva e consapevole.

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Il cinema diventa così non solo intrattenimento,

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ma anche strumento di emancipazione culturale,

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socializzazione e crescita personale.

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E, come dice Menarini, "solo il destinatario può sancire l'utilità

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dell'iniziativa, se lo fa è perché ritiene di dotarsi di strumenti di

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consumo critico e consapevole".Esatto.

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E questo vale ancora di più nei contesti dove il cinema in sala rischia

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di scomparire.

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Offrire percorsi di formazione significa anche difendere la dimensione

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collettiva e sociale del cinema,

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che la visione domestica non può sostituire.

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E arriviamo così al cuore

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della questione: come sviluppare una screen literacy davvero critica e

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consapevole?

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Le nuove literacies, come abbiamo visto anche nelle scorse puntate,

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richiedono di integrare competenze visive,

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narrative e digitali.

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Menarini cita esempi di attività analitiche,

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come l'analisi de "Il ragazzo dai pantaloni rosa" o dei film d'animazione,

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che aiutano a sviluppare uno sguardo critico fin da piccoli.

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Sì,

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e qui si collega anche a quanto abbiamo discusso nell'episodio sulle

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Diversity Literacies: serve un approccio che valorizzi la pluralità dei

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linguaggi e delle esperienze.

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La screen literacy non è solo decodifica tecnica,

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ma anche comprensione dei messaggi,

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delle emozioni, delle identità rappresentate.

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E, come dice Menarini, "solo le competenze critiche e analitiche possono

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garantire che tra l'aspetto di costrutto artistico del testo e le sue finalità di

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contenuto vi sia armonia".Quindi,

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la sfida è partire fin dall'infanzia,

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con attività che stimolino la curiosità,

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la creatività e la capacità di interrogarsi sulle immagini.

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Solo così possiamo formare cittadini davvero consapevoli,

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capaci di orientarsi nell'universo sempre più affollato delle immagini

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in movimento.

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E direi che qui si chiude il cerchio con tutto il percorso

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che abbiamo fatto finora su questo podcast: le new literacies sono un

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viaggio continuo, che parte dalla scuola ma non si ferma mai.

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Sandra, è stato un piacere come sempre!

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Anche per me,

00:12:41
Valentino!

00:12:42
Grazie a chi ci ha seguito, e appuntamento alla prossima puntata di

00:12:42
"Didattica delle New Literacies".

00:12:50
Continuate a guardare, analizzare e...

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a essere curiosi.

00:12:55
Ciao a tutti!

00:12:55
Ciao Sandra, ciao a tutti!

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