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Ciao a tutti e bentornati a "Didattica delle New Literacies"!
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Io sono Sandra Catellani, e con me c'è come sempre Valentino Curreri.
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Oggi ci addentriamo nel sesto capitolo del libro "Didattica delle New
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Literacies",
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quello dedicato alle Diversity Literacies: intersezionalità,
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intercultura, equità, scritto da Davide Zoletto e curato da Pier Cesare
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Rivoltella e Chiara Panciroli.
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Valentino, ti va di rompere il ghiaccio?
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Volentieri,
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Sandra!
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Allora, la prima cosa che mi ha colpito di questo capitolo è proprio
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l'idea che le pratiche di lettura e scrittura non siano mai neutre,
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ma siano sempre pratiche sociali,
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culturali e politiche.
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C'è una citazione che mi ha colpito,
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di Bearne e Marsh, che dicono che la literacy è "una pratica sociale,
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culturale e politica".
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Ecco, questo ci porta subito a chiederci: in che modo i contesti storici
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e sociali influenzano le literacies?
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Sì,
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e qui il capitolo è molto chiaro: non possiamo pensare alle literacies
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come qualcosa di statico o universale.
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Cambiano a seconda delle relazioni di potere,
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delle condizioni materiali, delle storie personali e collettive.
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Mi viene in mente anche Paulo Freire,
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che viene citato spesso: per lui,
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leggere il mondo era tanto importante quanto leggere le parole.
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E questa visione è ancora attualissima,
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soprattutto se pensiamo alle sfide di oggi.
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Assolutamente.
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E non dimentichiamo che anche Allan Luke e James Paul Gee,
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che sono tra i padri del paradigma delle multiliteracies,
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insistono sul fatto che la literacy va studiata nel contesto delle pratiche
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sociali, culturali, storiche, politiche ed economiche.
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Quindi, ogni volta che parliamo di literacies,
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dobbiamo chiederci: quali sono le condizioni,
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le tensioni, le opportunità e i vincoli che le plasmano?
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Ecco,
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e questa attenzione al contesto è fondamentale anche per chi,
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come noi, si occupa di didattica e innovazione.
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Perché se non partiamo da qui,
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rischiamo di proporre soluzioni che non funzionano davvero nella realtà
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delle classi, che sono sempre più complesse e sfaccettate.
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A proposito
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di complessità, il capitolo introduce subito la teoria della superdiversità
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di Steven Vertovec.
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Ora, io lo ammetto, la prima volta che ho sentito questo termine mi sono
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un po' perso...
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Ma poi, lavorando in università,
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mi sono reso conto di cosa significa davvero.
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Mi ricordo una lezione in cui avevo studenti di sei nazionalità diverse,
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con background linguistici e culturali completamente differenti.
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E lì ho dovuto rivedere tutto il mio modo di insegnare,
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perché non potevo più dare nulla per scontato.
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Eh,
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la superdiversità non è solo una questione di provenienza geografica,
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ma riguarda anche età, genere,
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condizioni socio-economiche, repertori linguistici...
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È proprio quell'intreccio di elementi che rende ogni classe unica.
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E il concetto di intersezionalità,
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che viene spiegato molto bene nel capitolo,
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ci aiuta a capire che le identità non sono mai semplici o lineari,
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ma si costruiscono nell'incrocio di tanti fattori.
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Sì,
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e questa prospettiva ci obbliga a superare le vecchie categorie,
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tipo "studenti italiani" e "studenti stranieri",
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che ormai non dicono più nulla.
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Dobbiamo imparare a leggere la complessità reale delle biografie e dei
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percorsi di apprendimento.
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E, come dice Zoletto, la superdiversità ci invita a considerare una molteplicità
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di elementi nell'analisi dei contesti educativi,
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soprattutto dove c'è una forte presenza migratoria.
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Ecco,
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e qui mi viene da dire che questa attenzione alla complessità è qualcosa
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che abbiamo già toccato anche parlando di Environmental Literacy,
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nell'episodio scorso.
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Anche lì, la pluralità di prospettive era fondamentale.
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Qui, però, la sfida è ancora più intricata,
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perché riguarda le persone, le loro storie,
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le loro lingue, i loro sogni.
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E a proposito di intrecci,
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il capitolo parla anche di ecosistemi mediali postdigitali.
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Ormai, la distinzione tra online e offline è sempre più sfumata,
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soprattutto a scuola.
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Valentino, tu come la vedi?
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Esistono ancora confini chiari tra digitale e analogico?
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Mah,
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guarda, io credo che ormai siamo tutti un po' "onlife",
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come dice Floridi.
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Cioè, viviamo in un continuo passaggio tra reale e virtuale,
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e questo si riflette anche nelle pratiche educative.
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Pensa solo a come usiamo i dispositivi digitali in classe: non sono più
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strumenti "aggiuntivi", ma parte integrante della didattica e della
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costruzione
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delle identità degli studenti.
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Sì,
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e il capitolo lo dice chiaramente: le esperienze reali e virtuali sono
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sempre più intrecciate, e questo cambia anche il modo in cui si formano
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le identità, sia degli studenti che degli insegnanti.
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Non è più possibile separare nettamente ciò che succede online da quello
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che accade offline.
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E questo, tra l'altro, rende ancora più evidente la necessità di sviluppare
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competenze trasversali, che sappiano muoversi tra mondi diversi.
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E poi,
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la superdiversità stessa è ormai legata alle pratiche digitali.
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Gli studenti portano in classe non solo le loro lingue e culture,
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ma anche i loro repertori digitali: social,
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videogiochi, app...
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Tutto questo diventa parte della loro identità e delle loro modalità
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di apprendimento.
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E noi, come educatori, dobbiamo tenerne conto,
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altrimenti rischiamo di parlare una lingua che non è più la loro.
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Esatto,
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e qui mi viene da pensare a quanto sia importante,
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oggi, progettare attività che tengano insieme queste dimensioni,
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senza forzare separazioni che non esistono più.
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È una sfida, ma anche una grande opportunità per rendere la scuola più
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vicina alla realtà dei ragazzi.
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E qui arriviamo a un punto che secondo
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me è cruciale: la prospettiva postcoloniale e critica sulle identità.
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Il capitolo insiste molto sul rischio di riprodurre,
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anche inconsapevolmente, rappresentazioni stereotipate o addirittura
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coloniali delle culture.
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E questo, purtroppo, succede ancora troppo spesso,
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anche a scuola.
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Sì, e la citazione chiave del capitolo lo dice chiaramente:
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"Le nuove literacies richiedono una comprensione profonda delle diversità
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sociali e culturali."
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Non basta più "adattare" la didattica ai gruppi marginalizzati,
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bisogna proprio ripensare le pratiche educative in modo che rispondano
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alle conoscenze, alle pratiche e alle aspirazioni delle comunità più a
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rischio di esclusione.
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E qui entra in gioco il paradigma delle multiliteracies,
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che ci invita a valorizzare i repertori plurilingui e interculturali
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degli studenti, senza considerarli mai come "mancanze" da colmare,
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ma come risorse preziose.
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È un cambio di prospettiva che richiede anche una certa dose di autocritica,
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sia personale che istituzionale.
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E non è facile,
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perché spesso siamo abituati a vedere gli studenti come "fogli bianchi",
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quando invece arrivano a scuola già con un bagaglio di esperienze,
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linguaggi, pratiche digitali...
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La sfida è proprio partire da lì,
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coinvolgendo anche le famiglie e le comunità,
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come suggerisce Anne Haas Dyson,
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citata nel capitolo.
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Sì, e questo vale anche per le pratiche digitali:
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i ragazzi spesso imparano molto di più fuori dalla scuola,
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nei loro contesti di vita, che non tra i banchi.
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Dobbiamo imparare a riconoscere e valorizzare queste competenze,
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anche quando non corrispondono ai canoni tradizionali.
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E qui entriamo
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nel cuore del paradigma delle multiliteracies.
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Valentino, vuoi spiegare in due parole cosa sono e perché sono così cruciali
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oggi?
00:08:25
Certo!
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Le multiliteracies sono, in sostanza,
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la consapevolezza che oggi non esiste più una sola forma di literacy,
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ma una pluralità di linguaggi,
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competenze e modalità di espressione.
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Questo è fondamentale perché la scuola possa valorizzare tutte le risorse
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degli studenti, non solo quelle legate alla lingua scritta tradizionale.
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E
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qui mi viene in mente un progetto scolastico che ho seguito qualche anno
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fa: una classe ha realizzato un percorso interculturale usando video,
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podcast, fumetti digitali, e persino videogiochi per raccontare le proprie
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storie.
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È stato incredibile vedere come ogni studente trovasse il suo modo di
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esprimersi, e come la pluralità dei linguaggi diventasse una ricchezza
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per tutti.
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Bellissimo esempio, Sandra!
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E il capitolo sottolinea proprio questo: il digitale,
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la crossmedialità, le culture dei pari...
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tutto questo può diventare una risorsa preziosa per costruire ambienti
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educativi più inclusivi, dove ognuno può trovare il proprio spazio di
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partecipazione e di espressione.
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E non dimentichiamo che le multiliteracies
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non sono solo una questione di strumenti,
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ma anche di consapevolezza critica: capire come i media rappresentano
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il mondo, come possiamo partecipare attivamente,
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come possiamo usare le tecnologie per abbattere barriere e costruire
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ponti.
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E qui arriviamo a uno dei temi più forti del capitolo: l'equità
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educativa come cuore di una società giusta e inclusiva.
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Zoletto lo dice chiaramente: non può esserci vera inclusione senza equità.
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E questo richiede metodologie didattiche critiche e inclusive,
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capaci di rispondere alle sfide della superdiversità.Sì,
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e qui mi viene in mente un workshop che ho tenuto qualche tempo fa.
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Una studentessa mi ha raccontato come le nuove tecnologie abbiano abbattuto
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per lei delle barriere linguistiche che sembravano insormontabili.
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Grazie a strumenti digitali, è riuscita a partecipare attivamente alle
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lezioni, a collaborare con i compagni,
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a sentirsi finalmente parte della classe.
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È stato un momento che mi ha fatto capire quanto sia importante progettare
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attività che mettano davvero tutti nelle condizioni di esprimersi.
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Ecco,
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questi sono i piccoli grandi cambiamenti che fanno la differenza.
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L'inclusione non è solo una questione di accesso,
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ma di partecipazione reale, di riconoscimento delle differenze come
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valore.
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E qui le nuove literacies, se usate con consapevolezza,
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possono davvero diventare uno strumento potente per promuovere equità
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e giustizia sociale.
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E, come abbiamo visto anche in altri episodi,
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la scuola deve essere sempre più un laboratorio di cittadinanza attiva,
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dove si impara a convivere, a dialogare,
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a costruire insieme.
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Le multiliteracies sono una chiave fondamentale per aprire queste porte.
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E
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infine, non possiamo non parlare del ruolo emergente delle AI Literacies.
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Il capitolo lo dice chiaramente: oggi,
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tra le nuove competenze, ci sono anche quelle conversazionali e critiche
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con l'Intelligenza Artificiale.
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Valentino, secondo te come possono gli insegnanti integrare queste competenze
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per promuovere l'inclusione?
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Guarda,
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è una domanda che mi faccio spesso anch'io.
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Credo che la chiave sia proprio quella di vedere l'AI non solo come uno
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strumento tecnico, ma come un ambiente di conversazione,
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di partecipazione.
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Come scrivono Rivoltella e Panciroli,
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"una nuova AI Literacy deriva precisamente da questa competenza
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conversazionale di chi la utilizza".
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Quindi, insegnare a dialogare con l'AI,
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a porre domande, a valutare le risposte,
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a riflettere criticamente...
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tutto questo può aiutare a dare voce anche a chi,
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magari, fatica a esprimersi nei modi tradizionali.
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Sì,
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e penso che sia importante anche non avere paura di sperimentare.
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Le AI Literacies possono diventare un campo di indagine e di intervento
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prezioso, soprattutto nei contesti ad alta complessità.
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L'importante è mantenere sempre uno sguardo critico e inclusivo,
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per evitare che le nuove tecnologie diventino nuove barriere invece che
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nuove opportunità.Ecco, e forse la sfida più grande per noi educatori
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è proprio questa: imparare a muoverci tra vecchie e nuove literacies,
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tra analogico e digitale, tra locale e globale,
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senza mai perdere di vista l'obiettivo dell'inclusione e della partecipazione
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di tutti.
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E con questa riflessione,
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direi che possiamo chiudere qui il nostro viaggio di oggi.
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Grazie Valentino, come sempre,
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per le tue idee e la tua passione.
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Grazie a te,
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Sandra, e grazie a chi ci ha ascoltato.
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Continuate a seguirci, perché il viaggio nelle New Literacies è appena
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cominciato.
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Alla prossima!
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Ciao a tutti e buona didattica inclusiva!

![[07] Diversity Literacies e Inclusione](https://images.beamly.com/fetch/https%3A%2F%2Fauth.jellypod.ai%2Fstorage%2Fv1%2Fobject%2Fpublic%2FCoverImages%2Forg_01K7DBDW6Z6WY8F3DV1EPJM2Z4%2Fusers%2Fuser_01K7DBDW1MF050KSA7ZE8CDR69%2FKOhMaeAr29IwJPTjiDWy_.jpg?w=365)

