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Ciao a tutti e bentornati a "Didattica delle New Literacies"!
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Io sono Sandra Catellani, e oggi,
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insieme a Valentino, vi portiamo nel cuore del quarto capitolo del libro
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di Rivoltella e Panciroli, scritto da Ricci,
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Marzano e Battistini: "Informatica e New Literacies".
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Valentino, pronti a tuffarci?
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Prontissimi,
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Sandra!
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E ciao a tutti anche da parte mia.
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Allora, questo capitolo ci fa vedere come le competenze richieste dalla
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società digitale siano cambiate in modo radicale.
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Non si parla più solo di saper leggere e scrivere,
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ma di una vera e propria "polialfabetizzazione",
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come la chiamano gli autori.
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Cioè, la capacità di muoversi tra media,
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digitale, AI, pensiero computazionale...
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e chi più ne ha più ne metta.
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Sì,
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e la cosa interessante è che ogni literacy nasce da un bisogno di
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cittadinanza.
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Cioè, impariamo queste nuove competenze perché ci servono per partecipare
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davvero alla società.
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E la coevoluzione tra società e literacies è velocissima,
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soprattutto con l'informatica che corre a una velocità pazzesca.
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Esatto.
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E Ricci, Marzano e Battistini sottolineano che non è solo una questione
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di tecnologia, ma anche di concetti e metodi.
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Quindi, la sfida oggi è: come si fa a essere davvero alfabetizzati nel
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digitale?
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Non basta saper usare il computer,
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bisogna anche capire cosa c'è dietro,
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come funzionano gli algoritmi,
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quali sono le implicazioni etiche...
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È un bel salto rispetto all'alfabetizzazione tradizionale.
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E qui,
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secondo me, la vera difficoltà è proprio stare al passo.
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Perché le tecnologie cambiano,
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ma anche le competenze richieste cambiano di continuo.
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E chi non si aggiorna rischia di restare indietro,
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non solo a livello tecnico, ma anche come cittadino digitale.
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Facciamo
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un salto indietro, Sandra.
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Gli autori ci portano dagli anni '50,
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quando i computer erano roba da scienziati e governi,
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fino agli anni '90 con l'arrivo di Internet.
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All'inizio, la Computer Literacy era una cosa da élite: saper programmare
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in Fortran o Assembly, roba da pochi.
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Sì,
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e poi negli anni '70 e '80 arriva la democratizzazione: i microcomputer,
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il BASIC, i primi PC nelle scuole.
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E qui, scusa Valentino, mi viene in mente la mia prima esperienza con
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un Commodore 64.
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Era l'84, credo.
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La prof ci fece vedere come si accendeva,
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e io ero affascinata dal fatto che potevi scrivere dei comandi e il computer
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ti rispondeva!
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Non capivo nulla di programmazione,
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ma mi sembrava di avere una bacchetta magica.
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Che meraviglia!
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E pensa che proprio in quegli anni si comincia a parlare di Computer
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Literacy come competenza educativa.
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Poi, con Internet negli anni '90,
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cambia tutto: non solo programmare,
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ma anche navigare, usare la posta elettronica,
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capire la privacy online.
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La literacy si allarga, diventa sempre più trasversale.
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E oggi,
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se ci pensi, la Computer Literacy è la base,
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ma si è arricchita di mille altre competenze: saper usare il cloud,
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proteggere i dati, lavorare in team online...
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È una vera evoluzione, e ogni decennio aggiunge un pezzo nuovo al puzzle.
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E
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infatti, con l'arrivo degli smartphone e del cloud,
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la Computer Literacy si trasforma in Digital Literacy.
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Non si tratta più solo di usare il computer,
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ma di saper cercare, valutare,
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creare e comunicare informazioni digitali.
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E qui entra in gioco anche il pensiero critico,
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come abbiamo già visto in una puntata precedente.
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Sì,
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e negli ultimi anni è arrivata l'AI Literacy.
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Cioè, la capacità di capire come funzionano gli algoritmi,
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quali sono i rischi e le opportunità dell'Intelligenza Artificiale.
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Pensiamo a ChatGPT, che è diventato mainstream in pochissimo tempo.
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La scuola, secondo te, Sandra,
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come dovrebbe cambiare con l'arrivo di queste tecnologie?
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Eh,
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domanda da un milione di dollari!
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Io credo che la scuola debba aiutare i ragazzi a non essere solo utenti
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passivi, ma a capire cosa c'è dietro.
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Non basta usare ChatGPT per fare i compiti: bisogna capire come funziona,
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quali sono i limiti, i bias, le implicazioni etiche.
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E soprattutto, imparare a usare l'AI in modo responsabile e creativo.
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Sono
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d'accordo.
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E aggiungo che serve anche una formazione continua per i docenti,
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perché le tecnologie cambiano così in fretta che rischiamo di insegnare
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cose già vecchie.
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Bisogna puntare su competenze trasversali,
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come il pensiero critico e la capacità di adattarsi.
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A proposito di competenze
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trasversali, il capitolo dedica molto spazio al pensiero computazionale.
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Papert, già negli anni '80, parlava di "costruzionismo": imparare facendo,
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usando il computer come strumento per costruire conoscenza.
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Poi, negli anni 2000, Wing riprende il concetto e lo rende centrale per
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tutti, non solo per chi fa informatica.
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Sì,
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e il pensiero computazionale non è solo saper programmare,
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ma saper scomporre i problemi,
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trovare soluzioni, usare l'astrazione.
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È un modo di pensare che serve in tutte le discipline,
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non solo nelle STEM.
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E infatti, molte scuole primarie in Italia hanno iniziato a introdurre
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il coding nelle attività di matematica.
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Ho visto una classe dove i bambini usavano Scratch per creare storie
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animate e risolvere problemi matematici.
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Era bellissimo vedere come collaboravano e imparavano dagli errori.
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Esatto,
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e come dicono gli autori, il pensiero computazionale è più "thinking"
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che "computational".
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Cioè, è un approccio mentale che aiuta a ragionare in modo strutturato,
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a collaborare, a valutare e correggere.
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E il coding diventa una meta-competenza,
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una chiave per imparare a imparare.
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E qui arriviamo al punto: la differenza
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tra Computational Literacy e le altre literacies.
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La Computational Literacy mette al centro il problem solving e la creatività.
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Non si tratta solo di sapere le regole,
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ma di saperle applicare in modo originale,
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magari unendo scienza e arte.
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Sì,
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e il coding, in questo senso, è fondamentale.
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Non solo per sviluppare il pensiero critico,
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ma anche per stimolare la creatività.
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Pensa a quei laboratori STEAM dove si uniscono arte e programmazione:
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magari si crea un'installazione interattiva che risponde ai movimenti,
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oppure si usano i dati per generare musica.
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Sono esperienze che aiutano i ragazzi a vedere la tecnologia come uno
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strumento espressivo, non solo tecnico.
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E questo,
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secondo me, è il vero valore aggiunto delle New Literacies: la capacità
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di integrare competenze diverse,
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di lavorare in modo interdisciplinare,
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di affrontare problemi complessi con soluzioni creative.
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È una sfida, ma anche una grande opportunità per la scuola di oggi.
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E
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per cogliere questa opportunità,
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servono metodologie didattiche attive.
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Il capitolo parla di project-based learning e problem-based learning
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come strumenti chiave per le New Literacies.
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Sono approcci che mettono al centro l'apprendimento attivo,
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la collaborazione, la creatività.E qui,
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Valentino, so che hai una bella esperienza da raccontare.
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Quella dell'hackathon educativo con i tuoi studenti universitari,
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giusto?
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Sì, esatto!
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Era un hackathon su temi di sostenibilità e tecnologia.
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Gli studenti, divisi in team multidisciplinari,
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dovevano progettare una soluzione digitale per un problema reale.
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C'era chi si occupava di coding,
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chi di design, chi di comunicazione.
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Alla fine, non era importante solo la soluzione tecnica,
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ma la capacità di lavorare insieme,
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di integrare punti di vista diversi.
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E, devo dire, ho imparato anch'io tantissimo da loro!
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Ecco,
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questo è il bello delle metodologie attive: si impara facendo,
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si sbaglia, si corregge, si cresce insieme.
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E le tecnologie emergenti, se usate bene,
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possono davvero potenziare questo tipo di apprendimento.
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Siamo quasi in
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chiusura, Valentino.
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Il capitolo si conclude con una riflessione sulle sfide educative: la
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formazione dei docenti, l'integrazione delle literacies nei curricoli,
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la necessità di un quadro di competenze che includa aspetti tecnici,
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critici, etici e sociali.
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Sì, e qui la domanda finale è: qual è il prossimo
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passo per una cittadinanza davvero digitale?
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Secondo me, dobbiamo puntare su una formazione continua,
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sia per studenti che per insegnanti,
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e su un approccio interdisciplinare che metta insieme tecnologia,
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creatività, etica e partecipazione sociale.
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Sono d'accordo.
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E aggiungo che serve anche il coraggio di sperimentare,
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di sbagliare, di rimettersi in gioco.
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Solo così possiamo davvero integrare le New Literacies nella scuola e
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nella società.
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E, come ci ricordano Ricci, Marzano e Battistini,
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la sfida è grande, ma le opportunità sono ancora più grandi.
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E con questo,
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direi che possiamo chiudere qui la puntata di oggi.
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Grazie Sandra, come sempre è stato un piacere chiacchierare con te!
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Grazie
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a te, Valentino, e grazie a chi ci ha ascoltato.
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Continuate a seguirci: nella prossima puntata esploreremo altre sfide
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e prospettive delle New Literacies.
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Un saluto da Sandra Catellani......e da Valentino Curreri.
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Alla prossima!

![[05] L’informatica e le New Literacies](https://images.beamly.com/fetch/https%3A%2F%2Fauth.jellypod.ai%2Fstorage%2Fv1%2Fobject%2Fpublic%2FCoverImages%2Forg_01K7DBDW6Z6WY8F3DV1EPJM2Z4%2Fusers%2Fuser_01K7DBDW1MF050KSA7ZE8CDR69%2FVYyRMN_MQ1HzLHfrYFZon.jpg?w=365)

