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Ciao a tutti e bentornati a "Didattica delle New Literacies"!
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Io sono Sandra Catellani, e come sempre con me c'è Valentino Curreri.
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Oggi ci addentriamo in un tema che,
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secondo me, è davvero la bussola per orientarsi nella società dei dati:
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l'information literacy.
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E lo facciamo seguendo il terzo capitolo del libro "Didattica delle New
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Literacies", curato da Pier Cesare Rivoltella e Chiara Panciroli,
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che sono anche gli autori di questo capitolo.
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Ciao Sandra,
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ciao a tutti!
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Sì, oggi parliamo di una competenza che,
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come sottolineano Panciroli e Rivoltella,
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è diventata fondamentale.
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Viviamo in un'epoca in cui le informazioni sono ovunque,
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ma proprio per questo rischiamo di perderci.
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L'information literacy, o IL, è la capacità di cercare,
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valutare, archiviare e condividere informazioni in modo critico.
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E senza queste competenze, rischiamo di essere travolti dall'overload
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informativo e dalla rapidissima obsolescenza delle conoscenze.
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Esatto,
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e guarda, mi viene in mente un episodio che mi ha colpita molto.
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Qualche mese fa, una notizia virale su un presunto nuovo algoritmo di
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Instagram ha fatto il giro di tutte le chat e i social.
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Sembrava credibilissima, tutti la condividevano,
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ma era completamente falsa!
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Ecco, senza un minimo di information literacy,
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rischiamo di cascarci tutti.
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E non è solo questione di essere "furbi",
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ma proprio di avere strumenti per difendersi da queste bufale.
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Sì,
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e come dicono gli autori, non si tratta solo di saper usare Google,
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ma di sviluppare una vera e propria lente critica.
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Perché, come abbiamo visto anche nella scorsa puntata sulla media literacy,
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la capacità di valutare le informazioni è fondamentale per la cittadinanza
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digitale e per la democrazia stessa.
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A proposito di strumenti,
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Panciroli e Rivoltella propongono di applicare le famose 5W di Laswell
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- Cosa, Quando, Dove, Perché, Con chi - anche all'information literacy.
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È un approccio che aiuta a strutturare la ricerca e la gestione delle
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informazioni.
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Ad esempio: che informazione mi serve davvero?
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Quando mi serve?
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Dove la trovo?
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Perché la cerco?
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E con chi la condivido?
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Sì, e secondo me è utilissimo anche per insegnare
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agli studenti a non fermarsi alla prima risposta che trovano.
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Io, per esempio, quando faccio formazione,
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chiedo sempre: "Ma questa informazione ti serve davvero adesso,
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o la stai solo accumulando?" E poi,
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come la archivi?
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Usi i preferiti, un'app, o ti affidi alla memoria?
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Guarda,
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proprio su questo, mi viene in mente un laboratorio che ho fatto all'università.
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Abbiamo simulato una ricerca partendo da una domanda molto semplice,
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ma ogni studente doveva documentare ogni passaggio: che parole chiave
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ha usato, su quali motori di ricerca,
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come ha selezionato le fonti, come ha archiviato i risultati.
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È stato interessante vedere quanto la riflessione sulle 5W aiutasse a
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evitare la dispersione e a sviluppare un metodo.
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Ecco,
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e qui entra in gioco anche la serendipity,
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no?
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A volte trovi qualcosa che non cercavi,
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ma che può tornare utile in futuro.
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Però serve anche una strategia per non perdersi nel mare di informazioni.
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Un
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altro punto chiave che sottolineano Panciroli e Rivoltella è la valutazione
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critica delle fonti e la gestione etica delle informazioni.
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Non basta trovare una risposta: bisogna chiedersi se la fonte è affidabile,
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se rispetta il diritto d'autore,
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se è aggiornata.
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E qui, secondo me, la scuola ha ancora tanta strada da fare.
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Sì,
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e la questione delle fonti è centrale.
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Come si impara a distinguere una fonte attendibile?
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Non è banale.
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Prendiamo Wikipedia: spesso viene demonizzata nelle scuole,
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ma in realtà può essere un ottimo punto di partenza,
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se usata con spirito critico.
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Bisogna insegnare a controllare le fonti citate,
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a verificare le revisioni, a confrontare le informazioni con altre fonti.
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Assolutamente.
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Io ricordo una volta in cui una classe ha fatto una ricerca su un evento
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storico usando sia Wikipedia che archivi digitali e cartacei.
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Il confronto tra le versioni li ha aiutati a capire come le informazioni
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possono cambiare a seconda della fonte e del contesto.
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E poi, c'è tutto il tema dell'uso etico: citare correttamente,
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rispettare il copyright, non diffondere dati personali...Ecco,
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qui la dimensione etica e legale dell'information literacy diventa
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fondamentale.
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Come dice il modello delle "Sette Colonne" della SCONUL,
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non basta saper cercare: bisogna anche saper comunicare e usare l'informazione
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in modo responsabile.
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Un altro passaggio interessante del capitolo riguarda
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il confronto tra i paradigmi content-centered e user-centered.
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Il primo, quello di Google per intenderci,
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si basa sull'idea che il valore sia nelle informazioni: più ne hai,
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meglio è.
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Ma è davvero così?Mah, non sempre!
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Il modello user-centered, invece,
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mette al centro le persone e le reti sociali.
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Pensa ai newsgroup, ai forum, ai social network,
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alle comunità di pratica.
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Qui il valore sta nella condivisione,
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nella collaborazione, nella crowd wisdom.
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E anche nella capacità di chiedere alle persone giuste,
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non solo di cercare tra milioni di risultati.
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Sì,
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e questo apre a nuove opportunità,
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ma anche a rischi.
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Ad esempio, in un corso online che ho seguito come tutor,
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gli studenti lavoravano in piccoli gruppi su una ricerca.
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La collaborazione ha portato a risultati molto più ricchi,
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ma c'era anche il rischio di affidarsi troppo al parere del gruppo senza
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verificare le fonti.
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Quindi, serve sempre un equilibrio tra efficienza degli strumenti digitali
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e valore della rete sociale.
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E poi,
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come dicevamo anche nella puntata sulla robotica educativa,
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la collaborazione può essere un motore di creatività,
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ma va guidata con metodo.
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Altrimenti si rischia la confusione.
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E qui arriviamo a un altro snodo:
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il passaggio dalle tassonomie alle folksonomie.
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Le tassonomie, come la Classificazione Decimale Dewey o la tassonomia
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di Bloom, sono sistemi rigidi, gerarchici,
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controllati dagli esperti.
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Ma oggi, con il Web 2.
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0, si affermano le folksonomie: sistemi di classificazione
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creati dagli utenti attraverso i tag.
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Sì,
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e questo rende il sapere più partecipativo e decentralizzato.
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Piattaforme come Delicious o Flickr sono state tra le prime a usare le
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folksonomie.
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Il caos produttivo, come lo chiama Weinberger,
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permette di costruire conoscenza in modo più dinamico,
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ma anche più complesso da gestire.
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Mi ricordo una lezione in cui ho chiesto
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agli studenti di creare una folksonomia per un progetto di ricerca.
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All'inizio erano spaesati, abituati alle categorie fisse.
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Ma poi hanno scoperto che potevano costruire insieme una mappa di
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significati,
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molto più vicina ai loro interessi e al loro linguaggio.
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E questo ha cambiato anche il mio ruolo: da "esperta" a facilitatrice.
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Ecco,
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il ruolo di studenti e insegnanti cambia: si diventa co-costruttori di
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conoscenza.
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Ma serve ancora di più la capacità di valutare,
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selezionare, organizzare.
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L'information literacy, in questo contesto,
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è ancora più importante.
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Tutto questo ci porta al concetto di semiosfera,
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che dà anche il titolo alla puntata di oggi.
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La semiosfera, come la definiscono Panciroli e Rivoltella,
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è l'ambiente di segni e informazioni in cui siamo immersi.
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Navigarla richiede nuove competenze critiche e metodologiche.
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Sì,
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e la semiosfera digitale è ancora più complessa: le informazioni circolano
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velocissime, si mescolano, si trasformano.
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Le fake news, ad esempio, sono una delle principali sfide.
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E qui, Valentino, so che hai avuto una discussione interessante con alcuni
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colleghi proprio su questo tema.
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Sì,
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ne parlavamo qualche settimana fa: la difficoltà non è solo riconoscere
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una notizia falsa, ma anche capire come nasce,
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come si diffonde, perché ci crediamo.
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La semiosfera digitale è fatta di bolle,
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di algoritmi che ci mostrano solo quello che "ci piace".
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Serve una consapevolezza nuova,
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che va oltre la semplice tecnica: bisogna saper leggere tra le righe,
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riconoscere i bias, mettere in discussione le proprie certezze.
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E qui,
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secondo me, l'information literacy si intreccia con la media literacy,
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la digital literacy, tutte le new literacies di cui abbiamo parlato nelle
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puntate precedenti.
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È un ecosistema di competenze che si alimentano a vicenda.
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E allora,
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come possiamo promuovere davvero l'information literacy a scuola e fuori?
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Panciroli e Rivoltella suggeriscono pratiche come il digital storytelling
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e la ricerca collaborativa.
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Sono strumenti che permettono agli studenti di sperimentare in prima
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persona la ricerca, la selezione,
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la valutazione e la condivisione delle informazioni.
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Sì,
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e sono pratiche che vanno oltre la lezione frontale.
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Ad esempio, il digital storytelling permette di costruire narrazioni
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a partire da fonti diverse, di riflettere sull'affidabilità,
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di imparare a citare correttamente.
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E la ricerca collaborativa sviluppa il senso critico e la capacità di
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lavorare in gruppo.
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Mi viene in mente un progetto che ho seguito con un
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gruppo di adolescenti: dovevano raccontare una storia vera usando solo
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fonti verificate, digitali e tradizionali.
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All'inizio erano scettici, ma poi si sono appassionati.
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Hanno imparato a distinguere tra opinioni e fatti,
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a confrontare versioni diverse,
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a costruire una narrazione credibile.
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E, soprattutto, hanno capito che l'information literacy non è una materia,
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ma una competenza per la vita.
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Ecco,
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oggi agli studenti servono competenze trasversali: saper cercare,
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valutare, organizzare, condividere,
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ma anche riflettere sull'etica e sulla responsabilità.
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Solo così possiamo formare cittadini consapevoli,
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capaci di navigare la semiosfera senza perdersi.
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E con questo,
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direi che possiamo chiudere la puntata di oggi.
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Grazie Valentino per il confronto sempre stimolante,
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e grazie a chi ci ha seguito!
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Nella prossima puntata continueremo il nostro viaggio nelle New Literacies,
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sempre con il libro di Rivoltella e Panciroli come guida.
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Un saluto da Sandra Catellani......e da Valentino Curreri!
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Alla prossima, e ricordate: non smettete mai di farvi domande e di cercare
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risposte.
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Ciao a tutti!

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