[02] Dalla Literacy alle New Literacies: un quadro teorico ed evolutivo
Didattica delle New Literacies03 luglio 2025
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[02] Dalla Literacy alle New Literacies: un quadro teorico ed evolutivo

Un viaggio attraverso la storia della literacy occidentale, dalla nascita della scrittura alle nuove forme di literacies digitali. Sandra Catellani e Valentino Curreri guidano la discussione su come le trasformazioni tecnologiche abbiano rivoluzionato l'educazione e la comunicazione.
Un viaggio attraverso la storia della literacy occidentale, dalla nascita della scrittura alle nuove forme di literacies digitali. Sandra Catellani e Valentino Curreri guidano la discussione su come le trasformazioni tecnologiche abbiano rivoluzionato l'educazione e la comunicazione.

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Ciao a tutti e bentornati a "Didattica delle New Literacies"!

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Io sono Sandra Catellani, qui con il mio collega e amico Valentino Curreri.

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Oggi ci addentriamo nel primo capitolo del libro "Didattica delle New

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Literacies", scritto da Pier Cesare Rivoltella e curato insieme a Chiara

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Panciroli, pubblicato da Mondadori Università nel 2025.

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Questo primo capitolo, scritto da Pier Cesare Rivoltella,

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esplora in profondità l'evoluzione dalle prime forme di literacy alle

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new literacy.

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Valentino, partiamo proprio dalle origini: la comunicazione

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umana, la laringe, i primi codici condivisi...

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sembra quasi fantascienza, ma è la nostra storia evolutiva!

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Ciao Sandra,

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ciao a tutti!

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Sì, è incredibile pensare che la nostra capacità di comunicare nasce

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da una questione...

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diciamo, di hardware biologico.

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Il Neanderthal, per esempio, aveva una laringe diversa dalla nostra,

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e questo gli impediva di articolare suoni complessi.

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Il Cro-Magnon invece, grazie a una laringe più evoluta,

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ha potuto sviluppare un vero e proprio sistema di codici,

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cioè regole condivise per dare significato ai suoni.

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E da lì, la parola è diventata la prima vera tecnologia della comunicazione.

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Ecco,

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tecnologia della parola!

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Mi piace questa definizione.

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E qui entra in gioco la distinzione tra oralità primaria e secondaria,

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che Ong e Havelock hanno studiato tanto.

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L'oralità primaria è quella delle società che non conoscono la scrittura,

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mentre la nostra, oggi, è un'oralità secondaria,

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perché viviamo immersi nella scrittura,

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anche se parliamo ancora tanto.

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Sì,

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e mi viene in mente una lezione universitaria che ho tenuto anni fa,

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quando spiegavo agli studenti come le fiabe popolari italiane venivano

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tramandate solo oralmente.

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Era tutto affidato alla memoria,

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alle formule ripetitive, ai ritmi.

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Senza scrittura, la memoria era...

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beh, era tutto!

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Ma a un certo punto, la complessità delle informazioni ha richiesto qualcosa

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di più.E infatti, arriva la scrittura.

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Prima i pittogrammi, poi i sistemi cuneiformi...

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ma erano troppo complicati, troppi segni da ricordare.

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La vera svolta è l'alfabeto fonetico,

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introdotto dai Fenici e perfezionato dai Greci.

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Pochi segni, combinabili per rappresentare tutti i suoni di una lingua.

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Una rivoluzione, no?

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Assolutamente.

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L'alfabeto fonetico ha reso la scrittura molto più accessibile e ha permesso

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di registrare la conoscenza in modo stabile.

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Ma, come ci ricorda Rivoltella,

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leggere e scrivere non sono capacità naturali: il nostro cervello deve

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"riciclare" neuroni destinati ad altro per imparare queste competenze.

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Ecco perché la literacy, cioè l'alfabetizzazione,

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è sempre stata una conquista culturale,

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non un dato di natura.

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E la scrittura ha cambiato tutto: non solo la memoria

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collettiva, ma anche il modo di apprendere.

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Prima si imparava per imitazione,

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ora si può trasmettere sapere a distanza,

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nel tempo e nello spazio.

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Però, come vedremo tra poco, non tutti erano entusiasti di questa novità...Già,

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perché poi arriva la stampa a caratteri mobili,

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e qui la storia accelera.

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In Grecia, e poi in tutta Europa,

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la stampa fa esplodere la circolazione dei libri.

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Nasce un vero pubblico di lettori,

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anche se ci vorranno secoli perché diventi di massa.

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Ma la stampa porta anche il tema del controllo dei contenuti: chi decide

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cosa si stampa, chi legge cosa?

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Mi ricordo ancora la prima volta che ho

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visitato una tipografia storica a Milano.

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L'odore dell'inchiostro, il rumore delle macchine...

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mi ha colpito pensare a quanta potenza c'era in quelle pagine stampate.

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La stampa ha reso la conoscenza più democratica,

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ma ha anche aperto la questione del controllo,

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della censura, della libertà di espressione.

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E qui, Platone aveva già qualcosa da dire,

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vero?

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Sì, Platone nel Fedro mette in scena il dialogo tra il re Thamus

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e il dio Teuth, inventore della scrittura.

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Thamus è scettico: teme che la scrittura sia un "farmaco" per la memoria,

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ma anche un veleno, perché ci fa perdere il controllo sui nostri pensieri

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una volta che sono scritti.

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E poi, lo scritto non può rispondere alle domande,

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non può chiarire i dubbi come farebbe l'autore in persona.

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E non è solo

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una questione pedagogica, ma anche politica.

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Lo scritto "rotola dappertutto",

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può essere frainteso, usato male,

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finire in mani sbagliate.

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Platone temeva la perdita di controllo,

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ma oggi non ti sembra che ci siano delle analogie con le critiche ai

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social media?

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Cioè, la paura che i contenuti sfuggano di mano,

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che diventino virali senza controllo...Assolutamente,

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Sandra.

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È un parallelismo che torna spesso: la tecnologia che amplia la platea,

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ma riduce il controllo.

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Oggi, con i social, chiunque può pubblicare qualsiasi cosa,

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e il rischio di fraintendimenti,

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manipolazioni, o semplicemente di perdita di contesto,

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è altissimo.

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In fondo, le domande di Platone sono ancora attuali,

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solo che ora si applicano a TikTok invece che alle tavolette di cera!

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E

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qui entra in gioco la Media Literacy,

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che nel libro viene definita come la capacità critica verso i media.

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Non basta più saper leggere e scrivere: bisogna anche saper "leggere"

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i media, smontare i messaggi, capire cosa c'è dietro.

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I Cultural Studies, come ci ricorda Rivoltella,

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vedono la cultura come un "whole way of life",

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un modo di vivere che include anche i media.

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Sì,

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e la Media Literacy nasce proprio per bilanciare il potere dei media

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di massa, che tendono a standardizzare comportamenti e idee.

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Analizzare un telegiornale, un film,

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persino uno spot pubblicitario,

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significa capire quali codici vengono usati,

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quali valori vengono trasmessi.

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E oggi, anche un meme virale può riflettere relazioni di potere: pensiamo

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a come certi meme rafforzano stereotipi o,

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al contrario, li mettono in discussione.

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Esatto,

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e come dicevi tu, la Media Literacy ha una vocazione "dietrologica",

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va a vedere cosa c'è dietro lo schermo.

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Non si tratta solo di consumare passivamente,

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ma di essere cittadini consapevoli,

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capaci di resistere ai tentativi di manipolazione.

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E questo ci porta dritti al tema dei social media e della responsabilità

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individuale.

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Con i social media,

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la responsabilità si sposta: non è più solo questione di ricezione critica,

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ma anche di produzione responsabile dei contenuti.

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Ognuno di noi è, in un certo senso,

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un piccolo editore.

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Ricordo una discussione con i miei studenti sull'uso di TikTok: alcuni

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dicevano "ma tanto è solo per divertirsi",

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altri invece erano molto consapevoli del fatto che ogni video pubblicato

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può avere conseguenze, anche impreviste.

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E qui la responsabilità è davvero

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condivisa: tra utenti, che devono riflettere prima di pubblicare,

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e piattaforme, che dovrebbero garantire un ambiente sicuro e trasparente.

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Ma non è facile, perché la velocità e la viralità dei social spesso superano

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qualsiasi tentativo di controllo.

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Eppure, come dicevamo anche nella scorsa puntata,

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la competenza digitale oggi è fondamentale per la cittadinanza attiva.

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E

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qui arriviamo al cuore del capitolo: dalla literacy tradizionale alle

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New Literacies digitali e multimediali.

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La teoria della Multiliteracy,

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proposta dal New London Group,

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ci invita a sviluppare competenze trasversali,

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capaci di attraversare diversi linguaggi,

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culture e tecnologie.

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Non basta più saper leggere e scrivere: bisogna saper navigare tra testi,

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immagini, video, reti sociali,

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ambienti digitali.

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Sì, e la domanda che ci lascia Rivoltella è proprio

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questa: quali strategie didattiche sono più efficaci per sviluppare queste

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nuove literacies?

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Non c'è una risposta unica, ma sicuramente serve un approccio

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multidisciplinare,

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come abbiamo visto anche nella puntata precedente.

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Bisogna allenare il pensiero critico,

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la creatività, la capacità di collaborare e di adattarsi ai cambiamenti.

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E

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forse, Sandra, la vera sfida è proprio questa: aiutare studenti e cittadini

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a diventare non solo consumatori,

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ma anche produttori consapevoli di significato,

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capaci di muoversi tra codici diversi e di costruire nuove forme di cittadinanza

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digitale.

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Direi che possiamo fermarci qui per oggi.

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Grazie Valentino per questa chiacchierata,

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e grazie a chi ci ha seguito!

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Nella prossima puntata continueremo il nostro viaggio nelle New Literacies,

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esplorando altri capitoli del libro di Rivoltella e Panciroli.

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Un saluto da Sandra Catellani......e da Valentino Curreri.

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Alla prossima, e buona esplorazione delle nuove literacies a tutti!

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